Siamo uomini, non conigli. No alla propaganda natalista di Enrico Letta

Di Marco Cappato

Nella corsa alla segreteria politica del Partito Democratico i candidati riesumano il natalismo tipico dei movimenti totalitari. Assente invece una ragionevole riflessione sullo sviluppo sostenibile del pianeta.

Left Avvenimenti, 7 settembre 2007 Nel suo discorso di Telese l'onorevole Berlusconi ha inserito la proposta, copiata dal programma elettorale di Prodi, di uno sgravio fiscale di 2.500 euro per ogni nuovo nato per ogni anno fino al diciottesimo anno di età. Da parte sua l'onorevole Enrico Letta, imitato poi da Rosy Bindi, ha inserito fra i punti del suo programma come candidato alla segreteria del Partito democratico, il sostegno alla natalità. Paludata di familismo cattolico, questa versione natalista non si discosta poi molto da quella cara alle dittature del secolo scorso e confermata da Putin in un recente intervento traducibile nel semplice imperativo: "date figli alla patria". Se infatti allora si trattava di creare forza lavoro e carne da cannone, oggi si tratta di creare produttori e consumatori di questo gioco al rialzo permanente che è la crescita. Su un piano strettamente naturalistico, viene da chiedersi se Letta e gli altri natalisti abbiano mai considerato l'ipotesi che esista un limite alla popolazione residente su un dato territorio. Ovviamente il limite esiste, è definito in ecologia come capacità dì carico e consiste nella popolazione massima di una determinata specie, animale o vegetale, che un certo ecosistema può sostenere data la sua strut?tura biologica, chimica e fisica. Il grado di sovrappopolazione si misura quindi in relazione al superamento di questo limite. Che l'Italia, l'Europa e il mondo intero siano sovrappopolati si è sentito dire, non molto spesso, ma con insistenza, da parte di alcuni commentatori isolati: Luigi De Marchi da Radio Radicale e il professor Sartori sul Corriere della Sera. L'affermazione secondo cui la Terra è sovrappopolata è spesso accolta con il silenzio riservato ai grandi Tabù o con l'isteria adottata per le grandi Eresie. Tabù o eresia che sia, l'affermazione che la Terra, e nel suo piccolo l'Italia, siano sovrappopolate è sempre più convincente. Il grado di tracimazione ecologica, come si definisce il superamento della capacità di carico, della specie umana viene stimato in varie maniere, la più suggestiva e conosciuta delle quali è l'impronta ecologica, che stimala superficie di suolo coltivabile (la cosiddetta bioproduttività) che una data popolazione (o un individuo) richiede per produrre le risorse che consuma e assorbire i rifiuti che produce. La differenza fra impronta e bioproduttività disponibile in un Paese, costituisce il deficit ecologico di quel Paese. Secondo le stime di questa grandezza, l'umanità nel suo complesso sta consumando le risorse terrestri ad un ritmo che eccede la bioproduttività del pianeta del 20 per cento. Ciò significa che l'umanità sta intaccando in modo irreversibile le risorse disponibili. Sem?pre secondo queste stime, i Paesi definiti ad alto reddito (tenendo conto dei criteri della Banca Mondiale), e cioè poco meno di 1 miliardo di persone, consumano circa il 54 per cento della bioproduttività. Il nostro Paese da parte sua, risulta avere un deficit ecologico pro capite pari a tre volte la bioproduttività disponibile a testa sul territorio nazionale. Altre misure della pressione antropica sugli ecosistemi terrestri non smentiscono, ma confermano questa tendenza generalizzata alla tracimazione ecologica della nostra specie. Lo spiega un dato semplice e crudo: della biomassa totale dei vertebrati terrestri (uccelli, rettili e mammiferi) solo il 3 per cento è costituito dalla biomassa degli animali selvatici, del restante 97 per cento, un terzo è costituito dalla biomassa umana e gli altri due terzi dagli animali domestici, prevalentemente bovini, ovini e suini. L'esplosione demografica è proceduta in parallelo alla crescita dell'estrazione e del consumo di combustibili fossili e in particolare, nel secolo scorso, del petrolio. È chiaro che una correlazione non è un nesso di causa effetto provato. Ma certamente l'ipotesi è suggestiva. Il petrolio, e i combustibili fossili in generale, hanno infatti moltiplicato la capacità di produzione di cibo attraverso la meccanizzazione dell'agricoltura, l'irrigazione forzata, la fertilizzazione e l'uso di fitofarmaci e pesticidi. È un dato appurato che per produrre ogni caloria di cibo si spendono 10 ca?lorie di petrolio. La grande quantità di energia a basso costo che si è resa disponibile dopo la scoperta del pe?trolio e il suo uso nei motori a combu?stione interna è probabilmente la causa principale del successo ecologi?co della nostra specie nei due secoli in cui la popolazione umana è passata dal miliardo di individui circa del 1800 ai quasi 7 miliardi di oggi. Pur?troppo questo successo si basa sull'incerta base costituita da questa straordinaria risorsa il cui principale connotato, oltre a quel?lo di essere un "conte?nitore" vantaggiosissi? mo di energia, è di es?sere finita. Il problema della finitezza delle risorse petrolifere e di altre risorse minerarie (risorse non rinnovabili) in relazione alla crescita demografica, è stato affrontato in molti modi; alcuni di sicuro valore scientifico, altri stretta?mente ideologici. Il destino degli allarmi del Club di Roma di 35 anni fa, che, dopo una breve stagione di dibattito, fu dismesso come allarme millenaristico, è esemplificativo del modo irrazionale e demagogico con cui si sono affrontati i problemi legati ai limiti della crescita. Da molte autorevoli parti si pone oggi il problema del raggiungimento del massimo di produzione globale di petrolio, il cosiddetto picco di Hubbert, dal nome del geologo petrolifero che per primo previde il picco della produzione di petrolio negli Stati Uniti continentali nel 1971. Nei prossimi anni, e comunque nella prima metà di questo secolo, l'umanità si troverà a fronteggiare diverse emergenze. Fra queste quella del raggiungimento del picco del petrolio, cioè della principale risorsa che ha determi?nato l'esplosione demografica, appare come la più inquietante. Per questa ra?gione sembrano del tutto irrazionali sia il chiacchiericcio economicista sulla questione delle pensioni nelle quali gli aspetti ecologici della dinamica demo?grafica sono regolarmente ignorati, sia gli appelli alla natalità. Di fatto i bassi li?velli di natalità dei Paesi come l'Italia so?no una virtù ecologica da custodire, mentre la natalità dei Paesi poveri do?vrebbe essere scoraggiata in ogni modo non violento e non coercitivo possibile. Se è giusto, come è giusto, introdurre in questi Paesi gli antibiotici ed i vaccini è allora, a maggior ragione giusto, diffon?dere la cultura della salute sessuale e ri?produttiva che libera le donne dal far?dello della maternità indesiderata ed apre un orizzonte di rientro dell'umani?tà entro i limiti ecologici imposti dalla natura. I bassi tassi di natalità del mondo sviluppato non sono un problema, il calo del tasso di natalità che si osserva a livello mondiale è un'ottima notizia, ma non basta. Si dovrebbe fare di più. L'unico politi?co che in Italia ha parlato di sovrappopolazione è stato Marco Pannella, il cui legame con Aurelio Peccei e il Club di Roma segnala ulterior?mente la sua sensibilità sul problema dei limiti ecologici all'azione umana. È significativo che il nascente Pd escluda l'unico candidato genuinamente ecolo?gista, Pannella, mentre in tutto il mondo politico, verdi inclusi, passa sotto silen?zio - il silenzio riservato ai tabù, appunto - l'irresponsabile programma natalista di Letta ed altri politici. *Luca Pardi è segretario di Rientrodolce @pprofondisci Il sito dell'associazione radicale RientroDolce www.rientrodolce.org

Venerdì, 12 ottobre, 2007 - 13:55
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