Chi legge il regolamento penitenziario laddove si parla delle condizioni di vita carceraria, scopre un mondo rassicurante: celle spaziose, pulite, luminose, con servizi igienici adeguati. Tutto quel che corrisponde alla dignità di un essere umano, tutto scritto, prescritto, stabilito. Chi invece si avventura nella realtà, nuda e cruda, delle nostre galere, scopre l’inferno che da anni radio carcere si affanna a documentare: abiezione, miseria, promiscuità, degrado. Niente di civile, niente di umano. Domanda: esistono parole – parole del diritto, visto che il regolamento penitenziario è (o dovrebbe essere) diritto – per dare voce all’abisso che separa un trattamento previsto dalle norme come umano, civile, dignitoso, e il trattamento dispensato nei fatti: inumano, incivile, indegno? Risposta: esistono, quelle parole, eccome, e stanno scritte nel delitto di maltrattamenti, previsto e punito (così si dice) dall’art. 572 del codice penale. E allora: per i detenuti che non ricevono il trattamento stabilito dalla Legge, ma subiscono i maltrattamenti puniti dalla Legge c’è qualcuno che debba rispondere? E soprattutto: fino a che punto si tollererà che il delitto continui a commettersi? La domanda va posta a chi di dovere, e nelle forme di legge, vale a dire denunciando ogni episodio, ogni situazione, ogni circostanza alle varie procure della Repubblica: quelle stesse che gli ordini di carcerazione li emettono. Denunce e ancora denunce, una alla volta senza stancarsi mai: un vasto orizzonte per una battaglia di legalità nel più schietto stile dei radicali.
IL CASO: La Corte europea dei diritti dell'uomo risarcisce un detenuto recluso per due mesi e mezzo in una cella sovraffollata - La sentenza
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