Staminali: i conti fatti senza l'oste di laboratorio

di Giulio Cossu

Prospettive internazionali della ricerca: dalle scoperte di Shinya Yamanaka al difficile lavoro di portare il laboratorio nelle corsie di ospedale.

Volevo parlare di due argomenti in modo breve, ma che credo siano entrambi importanti. Il primo riguarda questa notizia, che ha avuto anche un'eco sulla stampa e riguarda le famose cellule staminali riprogrammate, le cosiddette iPS. Ciò è molto importante, perché ha implicazioni sia scientifiche che etiche in senso generale. Come forse alcuni di voi sanno, uno scienziato giapponese che si chiama Shinya Yamanaka ha dimostrato che se prendete una cellula del corpo di un topo - ma poi è stato dimostrato che questo vale anche per l'uomo - e inserite solo 4 geni, che hanno dei nomi che non sono molto importanti, potete trasformare queste cellule adulte in cellule che sembrano molto simili alle staminali embrionali.

Questo fu pubblicato inizialmente su Cell nell'agosto del 2006, poi ci sono stati tutta una serie di lavori fatti da Rusche, Teley e altri scienziati americani che hanno confermato questi dati. Queste cellule possono essere riportate a uno stadio di pluripotenza e, se inserite dentro la blastocisti di un topolino, colonizzano tutti i tessuti, compresa la linea germinale e danno origine a nuovi topolini, quindi possono essere considerate analoghe alle cellule staminali embrionali. C'é un problema: uno dei quattro geni è un oncogene, si chiama mic, però in un lavoro recente lo stesso Yamanaka ha dimostrato che, con un'efficienza minore, si riesce a ottenere il processo anche senza mic, perché i topi che derivavano dalla programmazione poi sviluppavano dei tumori, mentre i topi che derivano da cellule riprogrammate senza mic non sviluppano tumori.

Questo è stato fatto anche su tessuti umani. Qual è l'implicazione di questa scoperta, che Science ha definito la scoperta dell'anno? Essa è importante per due motivi: primo perché permetterà a ogni paziente di ottenere cellule staminali proprie senza passare per l'embrione e questo tecnicamente è molto più semplice che non la riprogrammazione che avviene per trasferimento nucleare. Questo ha fatto immediatamente cantare vittoria al mondo cattolico che ha detto: "Vedete che le staminali embrionali non servivano a niente?". Non è così. Se non fossero state studiate le cellule staminali embrionali non si sarebbe mai potuto arrivare a trovare 4 tra 30mila geni, non è stato un lavoro semplice, tra 30mila ne sono stati trovati 4 che servono per questa operazione.

Inoltre, servirà un altro periodo di lavoro di comparazione tra le cellule staminali embrionali vere e proprie e queste riprogrammate per essere sicuri che questa strada sia percorribile e che porti a cellule che ogni paziente potrà derivare dal proprio corpo. Mi sembra una cosa importante, anche perché cambia un po' il modo in cui dobbiamo pensare allo sviluppo futuro di terapie con cellule staminali. La seconda cosa di cui volevo parlare oggi e mi sembra ugualmente importante è questa: nell'attesa che le cellule staminali embrionali o quelle adulte portino nuovi terapie che possano curare completamente o in parte malattie che oggi non hanno una cura, si sono fatti un po' i conti senza l'oste. Qual è l'oste in questa circostanza? L'oste è tutto l'iter procedurale che bisogna fare per portare una scoperta dal laboratorio al letto del malato e non è uno scherzo. La società internazionale per la ricerca sulle cellule staminali ha istituito un comitato internazionale, di cui faccio parte, proprio per stabilire delle linee guida che permettano di portare in tempi rapidi, ma con sicurezza, dalla ricerca preclinica a quella clinica. Prendiamo ad esempio il trapianto di midollo o il trapianto di organi: se all'inizio fossero stati effettuati rispettando le procedure che sono in vigore oggi, nessuno avrebbe avuto un trapianto di midollo, nessuno girerebbe con un cuore trapiantato. Dal momento in cui uno ha la dimostrazione che un certo tipo di cellula può causare un beneficio in un animale affetto dalla stessa malattia, partono una serie di procedimenti che possono durare anche 5 o 10 anni durante i quali i malati progrediscono nella loro malattia fino al punto di divenire non più trattabili e questi anni servono a svolgere tutte le prove di tossicologia. Oggi le cellule sono considerate come farmaci, quindi devono sottostare alle stesse regole di sicurezza che sono richieste ad un farmaco, dimenticando un piccolo particolare: che la cellula del donatore A va nel paziente B e basta, mentre una compressa di aspirina che invece contenesse per errore stricnina fa fuori un milione di persone in una settimana. In più sappiamo che non esistono probabilmente nel nostro corpo due cellule uguali, quindi pretendere di trattare le cellule come farmaci è un errore concettuale. Poi vanno fatte tutte le prove di tossicologia, bisogna convincere le autorità regolatrici e infine la comunità dei clinici che, nel caso, per esempio, degli ematologi, è costituita da persone che sono clinici e ricercatori insieme, ma in altri casi da clinici che non hanno dimestichezza con gli aspetti più nuovi della ricerca in biologia molecolare e quindi sono naturalmente restii.

Tutto questo comporta ritardi e naturalmente c'é il rischio di correre troppo dall'altra parte e di andare verso la sperimentazione clinica senza avere tutte le sicurezze e effettuare i controlli necessari. Però credo che questo sia un punto importante da portare alla riflessione, anche dei malati. Per esperienza personale, ho ricevuto lettere, e-mail, telefonate da pazienti affetti da distrofia muscolare che dicono: "Che cosa stai aspettando? Perché non cominciamo?". Al tempo stesso mi trovo di fronte una comunità di neurologi e clinici più o meno giustamente spaventata dal rischio di una terapia completamente nuova. Quindi il punto della questione è: bisogna essere coscienti e agire anche come Associazione Coscioni perché questo passaggio dalla sperimentazione preclinica alla sperimentazione clinica sia attuabile tanto in Italia che in Europa, dove le regole sono stringenti, e magari le linee guida proposte da questa società internazionale siano recepite in modo da non compromettere la sicurezza dei pazienti su cui si sperimenta, ma nemmeno da causare un ritardo ingiustificato per un eccesso di scrupolo, che privi dei potenziali pazienti di una nuova terapia.

Martedì, 4 marzo, 2008 - 16:01
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