RELAZIONE/1

Tutti i paradossi della legge 40

di Domenico Danza

Parlare oggi di fecondazione assistita in Italia è come parlare di una terapia "in libertà vigilata", stretta com'è tra i limiti e i divieti della Legge 40 e di Linee guida vincolanti. Dovendo spiegare i motivi della fecondazione in vitro a non addetti ai lavori in pochi minuti, mi soffermerò su alcuni punti, direi scontati, e condivisi dalla maggior parte dei medici ma che vale affermare con rigore perché nel corso del dibattito pre e post referendum sono stati oggetto di mistificazioni e interpretazioni fantasiose.

Infertilità e malattia

La sterilità è una patologia e la fecondazione assistita è una terapia medica. Vorrei sgombrare innanzitutto il campo dalla affermazione più volte avanzata dai nemici delle tecniche di riproduzione assistita sul fatto che essa non sarebbe da considerarsi una terapia, poiché, assodato questo, le considerazioni che ne derivano mostrano il paradosso medico legislativo in cui viviamo.

Nessuno potrà
negare che
l’infertilità sia una
condizione
patologica da
ricondurre anche a
fattori tossici
ambientali in cui è
evidente una
responsabilità
politica e sociale. E
non è paradossale
curare “in libertà
vigilata” una
patologia
importante sulla
quale agiscono
pure responsabilità
sociali che non è
possibile ignorare?

Siamo di fronte ad
un paradosso
medico: nell’era
della
farmacogenomica,
in cui si progettano
i farmaci in base al
profilo del DNA del
paziente, noi
troviamo nel testo
legislativo il numero
di ovociti da
inseminare e quelli
da trasferire.

La Legge 40, in quanto a
regolamentazione delle tecniche di PMA,
ha totalizzato il maggior numero di divieti di
tutti i Paesi europei. Divieti posti, nelle
intenzioni del legislatore, per tutelare la vita
che esprime l’embrione. Un altro modo,
invece, per dire “no” alla vita.

Dalla cura dell'Aids, a quella del diabete, fino ai by pass e alle angioplastiche per le malattie cardiovascolari, la medicina interviene attraverso terapie che, pur non eliminando la patologia e, in particolare, la loro causa, sono a tutti gli effetti terapie mediche considerate essenziali e preziose sia al fine di preservare la vita del paziente che al miglioramento della sua qualità. Detto questo, i diabetici rimangono diabetici, i sieropositivi, sieropositivi, i cardiopatici, cardiopatici. Eppure, l'argomento più usato in tutti i dibattiti, parlamentari e pubblici, per affermare che le tecniche di fecondazione assistita non sono terapie, è che si tratta di tecniche che non curano la causa e lasciano il paziente sterile o infertile esattamente come prima della terapia.

 

Questa premessa, ovviamente, ci conduce ad un problema sostanziale: tutto il dibattito sulle tecniche di riproduzione assistita ha, alla base, un giudizio di valore di tipo etico, cioè il valore che si da all'intento della cura. Ad esempio, nel caso di patologie come diabete, aids si potrebbe parlare di cura poiché l'intento è quello di preservare la vita, mentre nel caso della sterilità non si parla di cura in quanto l'intento e' quello di riprodurre una vita e sembra evidentemente che ciò non giustifichi lo status di cura.

Altrimenti nessuno, credo, potrebbe negare che l'infertilità sia una condizione patologica, non soltanto da ricondurre all'avanzare dell'età riproduttiva - fenomeno questo socialmente indotto dalle precarie condizioni occupazionali nel nostro paese e che spinge le coppie a differire l'epoca del concepimento - ma anche da eventi morbosi quali malattie infettive, sequele di interventi chirurgici, malattie genetiche e - non da ultimo - da fattori tossici ambientali che influiscono negativamente sull'apparato riproduttivo e in cui quindi è evidente una responsabilità politica e sociale.
Vorrei fermarmi a riflettere, proprio a proposito di alterazioni patologiche e infertilità sottolineando come sempre più studi sperimentali e clinici rendano più evidente il ruolo della presenza di agenti inquinanti sullo stato dell'apparato riproduttivo. Alcuni recenti studi mostrano l'associazione tra aumentati livelli di diossina ed endometriosi (causa di sterilità), così come donne ed uomini esposti a pesticidi riportano danni della fertilità, gli uomini impiegavano a concepire il doppio del tempo rispetto alla popolazione normale e come, nel caso di concepimento, le loro donne avevano un rischio di aborto fino a dodici volte superiore. Ulteriori studi sui distruttori endocrini (ftalati, bisfenolo ecc.) infatti, presenti in molte sostanze di uso quotidiano, mostrano sempre più come essi agiscano disordinando il sistema endocrino, danneggiando il funzionamento della tiroide e interferendo in maniera significativa con lo sviluppo delle funzioni sessuali con ricadute a più livelli, sulle capacità riproduttive umane. Tutti questi elementi sono tutt'altro che rassicuranti sul futuro del fenomeno infertilità in termini di diffusione. E questo dovrebbe spingere la società intera a interrogarsi sui danni che le politiche ambientali e gli stili di vita attuali hanno causato alla nostra qualità della vita e alla nostra salute, compresa quindi anche quella riproduttiva. Tutto ciò non fa che condurmi al cuore del mio intervento e cioè il paradosso di curare in libertà vigilata una patologia importante, sulla quale ci sono cause e responsabilità sociali che non è possibile ignorare.

Medicina dell'individuo e medicina "seriale"

E' dunque un paradosso medico contemporaneo l'oggetto della mia relazione. Nell'era della farmacogenomica, in cui si progettano i farmaci in base al profilo del DNA del paziente, noi - codice civile alla mano - troviamo nel testo legislativo il numero di ovociti da inseminare e quelli da trasferire. Con buona pace delle cause di sterilità, con buona pace della diversità biologica e soprattutto, permettetemi, con buona pace della coscienza che mi vede trattare due pazienti diversi, con problematiche opposte, allo stesso modo, secondo una logica industriale e non medica, dando loro chance di successo, ovviamente, assolutamente differenti.

E' inutile, a questo punto, per spiegare questo paradosso, entrare nel dettaglio di come si esegue un ciclo di fecondazione assistita. Basti sapere che si preparano le donne ad aumentare la produzione ovocitaria, si prelevano gli ovociti attraverso un breve intervento in anestesia e, dopo la fecondazione, che avviene in laboratorio, si trasferiscono gli embrioni qualora si siano formati.

Inutile ripetere come tutto questo sia attraversato dalla fatica fisica, resa ancora più difficile dalle emozioni e dalle attese che questo processo innesca di fronte a un desiderio che, non solo direi è legittimo, ma ancestrale e può assolutamente fare la differenza rispetto alla qualità della vita futura e alla felicità di una coppia, senza per questo che nessuno di noi possa o debba azzardarsi in una valutazione che attiene alla sfera privatissima dell'esistenza e della propria personale intuizione del mondo.

Ma la legge, invece, entra in questa sfera, assumendo - come ovvio - che la realizzazione del desiderio di maternità in una donna fertile è socialmente ed eticamente legittimo e edificante, mentre lo stesso desiderio viene considerato un'ostinazione in una donna o in un uomo con difficoltà a procreare. Cosicché in barba alla coscienza, e soprattutto alla scienza, io devo trattare allo stesso modo un'infertilità tubarica e un'infertilità maschile , nella piena consapevolezza che la seconda ha meno possibilità di successo. L'esito più evidente di queste paradossali incongruenze è la migrazione continua nei centri stranieri che, come mostrano i dati, anche se non ufficiali, anche se lacunosi, anche se parziali e frammentati, tutti concordano nel dire che sempre più coppie scelgono di andare all'estero e, sorpresa, ma non troppa, in misura maggiore quelle che ricorrono all'inseminazione omologa, a testimonianza che ormai si va all'estero anche per ciò che la legge dice di consentire. Unico elemento discriminante, in questo caso, le dimensioni dei portafogli delle coppie infertili, che rappresenta la vera forma di differenza biologica che questa legge esalta.

I risultati dopo la legge: cronaca di una sconfitta annunciata

La relazione del ministro al Parlamento ha mostrato già la riduzione del tasso di successo delle gravidanze con l'applicazione della legge e un sottostudio pilota ha già mostrato come il fattore maschile sia quello più penalizzato dal limite dell'inseminazione degli ovociti.
Una legge impugnata da tanti tribunali, ma ormai fissa nel codice civile fino a quando le Camere non vorranno ripristinare una qualche forma di coerenza nel nostro sistema legislativo in materia di tutela della salute della donna e di maternità responsabile, restituendo così anche ai medici - non mi stancherò mai di ripeterlo - la possibilità di curare in modo libero e responsabile.

E per ultime ad essere impugnate dal Tribunale sono state le Linee Guida, uniche tra le Linee Guida in medicina ad essere vincolanti per il medico, tradendo così lo spirito tradizionale delle Linee Guida che vogliono essere per il Medico un orientamento documentato e mai un'imposizione. E non è strano che quest'ultima sentenza, questa volta del Tar, le definisce "illegittime per eccesso di potere". Detto questo, con buona pace di quest'ultima sentenza, nonostante essa ripristini la possibilità della diagnosi pre-impianto, con il persistente limite dell'inseminazione di soli tre ovociti, resta pressoché arduo eseguire la genetica pre-impianto per cui un altro paradosso è servito.

Inseminare per forza non più di tre ovociti , impiantare per forza tutti gli embrioni ottenuti qualunque sia il loro stato di salute, non poter effettuare una diagnosi pre-impianto, sono gli elementi di una legge basata su supposizioni, mediazioni etiche ed ideologiche, contro ogni criterio di good medical practice.

Ma, mi chiedo, mentre devo evitare di crioconservare un embrione, mentre non posso studiare se è sano, per evitare che si possa scegliere, quello sano piuttosto che malato, per allontanare fantasmi di eugenetica come nello spirito della legge: che ne sarà di quel feto attaccato all'utero della madre su cui un'amniocentesi diagnostica una trisomia 21? Come è possibile che nello stesso sistema legislativo la legge tuteli contemporaneamente un embrione rispetto alla madre e poi, invece, in un altra circostanza la volontà della madre rispetto all'embrione? Come può la legge decidere due misure diverse invece di riconoscere il criterio dell'autodeterminazione responsabile come principio guida di tutte le scelte?

La realtà delle coppie sterili e i fantasmi mediatici

Molti di questi interrogativi hanno una risposta se si ci si chiede di cosa è eredità questa legge. Essa ci deriva da una parte da un orientamento di pensiero autoritario e offensivo e irrispettoso nei confronti dell'universo femminile, che vede il controllo della fertilità e della riproduzione come una minaccia all'ordine familiare. Dall'altra da tutti i fantasmi evocati da un dibattito mediatico viziato. Mamme di sessant'anni sbattute in copertina, gravidanze da embrioni già orfani e bimbi figli di due mamme sono stati raccontati dai giornali e dalle televisioni come le conseguenze ordinarie di queste tecniche e sbattute in prima pagina come avvertimento su cui riflettere.

Nulla di più lontano dalla routine dell'utenza dei centri di fecondazione assistita a cui si rivolge la maggior parte delle coppie che vuole invece proprio riproporre un modello familiare classico che vede lo sbocco naturale del matrimonio nei figli e che non si arrende a una famiglia senza figli, nel solco della tradizione più assoluta. La fecondazione assistita, infatti, non è una manipolazione della natura, né consente tout court una selezione eugenetica quale quella ventilata dai fautori della legge che ne hanno fatto un facile cavallo di battaglia.

Ciò che in laboratorio accade riproduce ciò che accade in natura, nessuno manipola gli ovociti o gli spermatozoi, piuttosto si osserva ciò che accade dal loro miracoloso incontro che avviene, questo si, fuori dal corpo, in religioso, oserei dire, silenzio, ma ciò che accade, come nel corpo, è frutto di quell'incontro.

Allora il concepimento fuori dal corpo non rappresenta un problema né etico, né tantomeno medico ma, e' bene dirlo a chiare lettere, è di esclusiva natura religiosa. Vorrei concludere così la mia relazione, chiedendoci, paradossalmente ancora, se piuttosto che un'astratta media matematica che la Legge ci consente su ovociti da inseminare e embrioni da trasferire non sia più onesto, intellettualmente, dire di no in toto alla fecondazione in vitro, come richiedevano alcune proposte di legge presentate alla Camera.

La Legge 40, rispetto alle questioni cruciali che riguardano la regolamentazione delle tecniche di procreazione assistita, ha totalizzato il maggior numero di divieti di tutti i Paesi europei. Divieti posti, nelle intenzioni del legislatore, per tutelare la vita che esprime l'embrione. Un altro modo, invece, perdonatemi, per dire "no" alla vita.

Martedì, 6 maggio, 2008 - 15:23
Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it