Credenti in altro che nel potere

Una riflessione biblica sulla compagnia

di Anna Maffei*

“Non è bene che l’uomo sia solo. Gli farò un aiuto che gli corrisponda, che sia adatto a lui”. Anche le sacre scritture riconoscono la compagnia come bisogno umano per eccellenza.

"Non è bene che l'uomo sia solo". E' la frase che nel secondo racconto biblico della creazione Dio pronunciò dopo aver modellato e animato Adamo, da Adamah, terra, l'essere tratto dalla terra. Questa storia, come tutte le storie bibliche fondative, va col linguaggio del mito, al cuore dell'esperienza umana, dei suoi bisogni profondi. Ecco allora che la Scrittura riconosce la compagnia come il bisogno umano per eccellenza immediatamente dopo quello del cibo, del lavoro, del luogo dove vivere, richiamati nel testo subito prima. Non è bene che l'uomo sia solo. Gli farò un aiuto che gli corrisponda, che sia adatto a lui.
"Così - dice la Scrittura - Dio formò dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo e li portò all'uomo perché desse loro dei nomi.... Ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui." Il primo tentativo di Dio di dare una compagnia all'uomo, attraverso gli animali, dunque non riuscì. La solitudine, disagio esistenziale profondo della creatura umana, vuoto dell'anima, non era alleviata.
E' così che la storia si evolve: Dio diviene il grande anestesista e chirurgo: "Dio fece cadere un profondo sonno sull'uomo, prese una delle costole di lui e richiuse la carne al suo posto e con la costola che aveva tolta all'uomo formò la donna". Al risveglio l'uomo si aprì al linguaggio e al linguaggio della poesia che, come accade, nasceva dalla sorpresa e dalla scoperta. Fu il linguaggio immediato del riconoscimento dell'altra come l'essere che gli corrispondeva, in ebraico anche nel nome, Ish, uomo, ishah, donna. "Questa finalmente è ossa delle mie ossa e carne della mia carne" Miriadi di cose sono state dette in tutte le epoche a partire da questo testo. Si è voluta fondare qui la subordinazione della donna all'uomo, si è letta in queste righe l'origine divina del matrimonio monogamico... non è di queste interpretazioni che pure sono importanti - ma solo per essere confutate - che vorrei parlarvi oggi.
Vorrei solo riflettere ad alta voce con voi su questo bisogno che abbiamo dentro di compagnia, di relazione alla pari, di questa necessità di verbalizzazione perfino poetica dell'importanza dell'altro/a per noi, questo bisogno di corrispondenza di ossa, di carne, di pelle con l'altro/a di fronte a noi. Questa capacità sempre nuova di stupirci dell'altro o dell'altra per il solo fatto che prima non c'era e ora c'è di fronte a noi. Un dono inatteso.
Perché l'esistenza "di fronte" a noi (la corrispondenza) e l'esistenza "con noi" (la compagnia) precedono in importanza perfino il concetto di aiuto reciproco. Le prime due creature umane sono create sul piano di assoluta parità (il concetto di corrispondenza) perché non siano sole, e poi anche perché si aiutino. L'essere con viene prima dell'essere per. L'esistenza dell'altro/a come mio compagno/a viene prima della sua utilità per me.
Anche la procreazione in questo racconto fondante c'è, ma viene solo molto dopo. In questo primo quadro, potrà stupire, ma all'orizzonte ancora non c'è. E la compagnia è anche un concetto teologico importante. La fede ebraico cristiana crede e afferma che c'è un solo Dio ma non conosce la tristezza di un Dio solo. Il Dio che nel primo racconto della creazione crea parlando è l'Iddio che entra in relazione con il creato e con la creatura umana con la parola, appunto.
Il Dio cristiano, che è in sé trinitario, radicalizza ancor di più questa caratteristica del Dio che non è solo. Dio non è solo perché entra in relazione, perché cerca compagnia stabilendo un legame di amicizia con l'umano prima e con un popolo specifico poi.
Ma si dice di più: il Dio trinitario non è mai stato solo in se stesso e lo rivela nell'incarnazione quando vive e conosce la "compagnia" con noi e sceglie di vivere questa compagnia fino alla più totale identificazione con l'umano, fino a diventare "uno di noi", un compagno che ci cammina al fianco. Quando Dio viene e ci incontra il suo nome è Emmanuele, l"Iddio con noi". Dunque la compagnia del Dio trinitario è una compagnia aperta, che tende a includere chi si fida, chi ha fede. Ultima osservazione in questa sommaria carrellata, aspetto storico di quanto appena detto: la prima comunità cristiana era una compagnia di discepole e discepoli intorno, insieme a Gesù, il Cristo, che con lui condivisero idee, progetti, successi, fallimenti, esperienze entusiasmanti, delusioni, abbandoni, soldi (pochi), tutto.
Era un gruppo fluido da cui si poteva entrare e uscire in libertà. La sua caratteristica fondamentale era però la capacità di fare spazio a tutti, nessuno escluso. Mangiare insieme era il simbolo di questa capacità di accoglienza.
La tavola comune come anticipazione del grande progetto di cui Gesù era precursore: il Regno di Dio. E così, in parte almeno, avvenne anche per le comunità dei credenti dei primi secoli dell'era cristiana. Man mano poi le cose sono cambiate ma mai, in nessuna epoca, si è spenta del tutto l'eco di questa realtà della fede cristiana. Magari era qualche gruppo eretico, o così chiamato, che riviveva l'antica compagnia dei discepoli e delle discepole del Signore con libertà e capacità visionaria. Si è spesso cercato di cancellarli, farli sparire, ma risorgevano da qualche altra parte, sempre. Dando fastidio. Fino a oggi.
Ma questo discorso che appare astratto e lontano dalla vita di tutti i giorni, questi accenni a categorie e simboli così antichi, come possono aiutarci? Possono davvero orientare l'attuale ricerca di comprensione della nostra vita e delle nostre relazioni? Cosa voglio proporvi a partire da una fede cristiana che si situa non nel cattolicesimo ma nell'ambito culturale e teologico del protestantesimo? Ho cinque parole da lasciare alla vostra riflessione, cinque più una fuori quota. Accompagno queste parole con domande aperte e qualche traccia di riflessioni. Non ho risposte definitive, ma questo è il metodo della ricerca biblica: sempre più domande che risposte. Le parole le abbiamo già sentite, sono: corrispondenza, compagnia, aiuto reciproco, inclusione, progetto.

 

Corrispondenza

La prima parola è "corrispondenza". La domanda è: ma l'esperienza che Adamo fa davanti alla creatura posta di fronte a lui, l'esperienza verbalizzata del riconoscimento della reciproca corrispondenza: ossa delle mie ossa, carne della mia carne, questa esperienza è possibile soltanto fra un uomo e una donna? Oppure può essere anche scoperta e vissuta fra persone dello stesso sesso? La risposta a questa domanda, come si sa divide, le chiese cristiane trasversalmente. Una minoranza di tali chiese avendo ascoltato persone dello stesso sesso che ne hanno fatto esperienza, sostiene che tale corrispondenza possa ritrovarsi fra due persone concrete uniche indipendentemente dalla loro appartenenza sessuale.
La maggioranza delle chiese cristiane ritiene invece che fra due persone dello stesso sesso non ci sia corrispondenza ma identità e che questa relazione non può perciò rientrare nei piani originali di Dio nella creazione. La prima posizione ha una prevalenza pastorale, la seconda risponde maggiormente all'esegesi biblica tradizionale.
Domande che ne aprono altre: se mi accade che io riconosco in te, colui o colei che più profondamente mi corrisponde, se vivo questo come una scoperta, come un dono che mi sorprende, chi potrà definire l'essenza e la qualità di questa esperienza se non io stessa? Se sono una credente poi mi chiedo: c'entra Dio in questa scoperta? E Lui che mi ha fatto questo dono? Ho la libertà di vivere l'incontro come un dono? Chi ha l'autorità di togliermi questa libertà? Quali sono i limiti di questa libertà?

Compagnia

La seconda parola è "compagnia". Le domande: la compagnia fra due persone che si ritrovano e si riconoscono, quella compagnia che vince la solitudine ed è verbalizzata nella reciprocità è, per due credenti, benedetta da Dio solo se istituzionalizzata pubblicamente nel matrimonio? Oppure la benedizione di Dio precede ed è indipendente dalla sua eventuale pubblica istituzionalizzazione? E una volta istituzionalizzata nel matrimonio, perché tale compagnia liberamente scelta e riconosciuta dovrebbe diventare per Dio vincolo irrevocabile anche quando non sussistono più le condizioni originarie? Queste domande investono questioni complesse che hanno a che fare con le diverse teologie delle chiese cristiane. E' noto che chiese diverse danno risposte diverse e non abbiamo tempo di approfondire.
Dico solo, ed è il mio punto di vista, che nella compagnia perché rimanga tale e sia una benedizione c'è bisogno di riconoscimento reciproco riconfermato ogni giorno. Non è facile ma è possibile. La compagnia perde la sua caratteristica di dono e non è più una benedizione quando diventa per uno dei due o per tutti e due un peso non liberamente portato.
Dio in questo non c'entra se non nella preghiera l'uno per l'altro, quando c'è, nel sostegno spirituale della comunità di fede, quando c'è, e nel rispetto degli impegni presi l'uno verso l'altra.

Aiuto reciproco

La terza parola è aiuto reciproco. Vorrei richiamare a questo punto un bel testo del libro del Qoelet: "Ho anche visto un'altra vanità sotto il sole: un tale è solo, senza nessuno che gli sia vicino, non ha né figlio, né fratello, e tuttavia si affatica senza fine, i suoi occhi non si saziano mai di ricchezza.(...) Due valgono più di uno solo, perché son ben ricompensati della loro fatica. Infatti se l'uno cade, l'altro rialza il suo compagno, ma guai a chi è solo e cade senz'avere un altro che lo rialzi! Così pure se due dormono assieme, si riscaldano, ma chi è solo come farà a riscaldarsi"(4, 7-11). Ho messo l'aiuto reciproco al terzo posto, ma è un posto di tutto rispetto. Questo è un aspetto delle convivenze che può non avere nulla a che fare con l'intimità affettiva e sessuale, tuttavia va preso nella giusta considerazione. Non dovrebbero tutte le convivenze, a richiesta dei conviventi, essere riconosciute come fonte di alcuni importanti diritti e relativi doveri, anche quelle non caratterizzate da rapporti di particolare intimità fisica?

Inclusione

La quarta parola è "inclusione". Nel documento preparatorio a questo convegno si diceva: Anche il cristianesimo ha proposto valori in contrasto con una visione morale confinata all'interno della famiglia. E' stato Cristo a dire «sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10, 34-37).
Nel primo nucleo di discepoli di Cristo i legami familiari non sembrano aver giocato un ruolo primario, al contrario erano importanti i legami elettivi incentrati sulla figura di Cristo e sulla comunanza di fede e di ricerca comune della volontà di Dio.
E come abbiamo già visto i legami fra discepoli non erano esclusivi, bensì molto inclusivi. Anzi tale estremismo dell'inclusività provocò non poche critiche a Gesù e ai suoi compagni accusati di mangiare e bere con le prostitute, con gli odiati esattori delle tasse per l'impero romano, con gente da nulla, pazzi, ubriaconi e indemoniati.
La domanda è, ma questa volta è una domanda retorica: se la mensa di Cristo era così aperta a gente emarginata, fallita, esclusa, come mai l'eucaristia è diventata per alcune chiese luogo esclusivo al quale alcune categorie di persone non possono avvicinarsi? Divorziati risposati per esempio. Chi ha il diritto e il potere di chiudere il cerchio? Quella tavola è nostra o è Cristo che ci invita a cena? C'è qualcuno che pensa davvero di esserne degno? Più degli altri?

Progetto

Ecco la quinta parola: progetto. All'inizio di questo contributo abbiamo detto che nel quadro originario della creazione (racconto numero due) la prole non è contemplata, ma viene dopo. Ed è così. Non posso dilungarmi sulla poesia e la misericordia che precede l'assegnazione del nome alla donna che viene chiamata Eva, dalla parola ebraica che significa Vita. Dico soltanto che i figli nella tradizione biblica sono importanti perché sono il mezzo che consente agli umani di immaginare un domani per la terra che sanno di dover lasciare. Se ci saranno i figli, i figli loro e i figli degli altri, forse penseranno con più serietà a cosa lasciare dopo di loro. Le nuove generazioni dunque è sano che rimangano nell'orizzonte degli adulti e poi degli anziani. Ne va della loro salute, del loro equilibrio vitale, ne va della terra che era stata loro affidata, come ad Adamo "perché fosse coltivata e custodita". Vorrei quasi concludere questa riflessione proprio con la parola progetto, nella doppia accezione di regno dei cieli e di terra affidataci, luogo dove Dio desidera che "il diritto scorra come acqua e la giustizia come un torrente perenne", secondo le parole del profeta Amos (5,24). La condivisione di un progetto di vita che si snodi nell'orizzonte ampio della giustizia, della pace, della preservazione della terra, della costruzione di un futuro accogliente per le nuove generazioni, non dovrebbe mancare fra chi si incontra, si riconosce, si fa compagnia. Per i credenti dunque non l'istituzione con le sue strutture, anche giuste e utili, non le leggi, che pure vanno rispettate, costituiscono il cuore della benedizione di Dio, ma la condivisione di un progetto che è sempre davanti, che precede, di cui si attende fattivamente fino alla fine la realizzazione. Teologicamente l'altro nome di questo progetto è speranza. Essa si alimenta prendendosi cura delle nuove generazioni e ci sono molti modi per farlo.

Amore

E la speranza è compagna stretta di una parola che non ho osato finora pronunciare perché mille volte abusata e travisata, è la sesta parola, quella fuori quota, parola che pronuncio sempre a fatica, con pudore, parola che però porta con sé un'esperienza primordiale di cui nessuno di noi può fare a meno, come l'aria, come l'acqua. Amore. Senza amore ci si lascia morire. Forse ho scoperto mentre riflettevo in vista di questo incontro che amore civile e amore di Dio non sono in fin dei conti poi tanto lontani.

*Presidente dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia

Mercoledì, 4 giugno, 2008 - 16:34
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