Una specialità italiana il ricercatore precario

di Piergiorgio Strata e Chiara Lalli

Per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, l’Italia rispetti non solo formalmente gli impegni europei

Nel 2005 la Commissione Europea, nell'intento di perseguire il progetto di creare l'Area Europea della Ricerca, elabora la Carta Europea dei Ricercatori con il codice di condotta per la loro assunzione. Lo scopo è di fornire delle linee guida che servissero a rendere attraente l'ingresso dei giovani nella ricerca ("L'esistenza di prospettive di carriera migliori e più visibili contribuisce anche allo sviluppo di un atteggiamento positivo del pubblico nei confronti della professione di ricercatore, spingendo con ciò più giovani ad abbracciare una carriera nel settore della ricerca"), requisito essenziale per raggiungere gli obiettivi stabiliti dal Consiglio Europeo a Lisbona nel 2000, obiettivi affascinanti e abbastanza presuntuosi. La seconda premessa della carta afferma infatti: "Il Consiglio Europeo di Lisbona ha fissato per la Comunità l'obiettivo di diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010". Per il raggiungimento di questo intento la Carta invita ad aumentare la mobilità dei ricercatori, a rendere più uniformi le norme di reclutamento nei vari Paesi e a ridurre quella frammentazione che è uno dei punti deboli del sistema europeo. La Carta vuole essere una guida etica ed un invito a mettere in moto adeguate riforme. Nel documento viene definito Ricercatore chi svolge ricerca in ambito accademico come studente di un Dottorato, nella fase postdottorato ed in quelle successive fino all'alta qualificazione accademica. In "Riconoscimento della professione" si afferma: "Tutti i ricercatori che hanno abbracciato la carriera di ricercatore devono essere riconosciuti come professionisti ed essere trattati di conseguenza. Uno dei punti più importanti del documento riguarda la necessità di lasciare la massima libertà di movimento al ricercatore nei vari Paesi, soprattutto nella fase iniziale della carriera. Questo requisito è essenziale per garantire un'adeguata formazione scientifica. La mobilità non deve essere soltanto geografica, ma anche disciplinare. Ma la mobilità è particolarmente difficile con regole di ingaggio che variano da Paese a Paese, che non sono accompagnate da criteri uniformi nel garantire al ricercatore, specie nella fase iniziale, la creazione di una propria carriera soprattutto in termini di coperture assicurative e pensionistiche. La Carta del Ricercatore ha voluto fornire ai vari Governi dell'Europa i criteri per mettere in atto regole uniformi che non siano in contrasto fra loro e garantiscano ai ricercatori lo sviluppo di una carriera con sufficienti garanzie. Spesso lo stipendio del giovane ricercatore proviene da Fondazioni per la ricerca sotto forma di borse di studio che non contemplano il versamento dei necessari contributi. Così è frequente il caso di chi ha speso vari anni in vari Paesi e si trova sulla soglia dei 40 anni privo delle necessarie protezioni ("Finanziamento e salari"). La proposta della Carta è di rendere obbligatorio fornire a questi giovani ricercatori, di fatto di precari, regolari contratti di lavoro a termine. Eventuali fondazioni private che volessero mettere a disposizione borse di studio dovrebbero uniformarle a veri e propri contratti. Un altro punto cruciale è l'enorme disparità di trattamento economico fra chi compie lo stesso lavoro come dottorando o come post-doc in Paesi diversi. Le borse di studio dei dottorandi italiani pagati dalla Comunità Europea sono il doppio di quelle messe a disposizione dal Ministero o dalle stesse Università. La grande massa di ricercatori post-doc precari costituisce un grande serbatoio per l'accesso all'Università. Si calcola che si tratti di una popolazione di 50.000 persone che lavorano a fianco dei ricercatori di ruolo universitari. Ha senso avere due categorie di lavoratori con mansioni simili e con trattamenti economici e previdenziali così diversi? Non sarebbe più giusto aumentare adeguatamente l'organico dei Professori di prima e seconda fascia e imporre per tutti i ricercatori precari un unico ruolo con contratto a tempo determinato nell'attesa di entrare in ruolo? Il problema Italia L'Italia, come gli altri Paesi, ha ufficialmente aderito ai principi della Carta. Addirittura per prima, il 7 luglio 2005 a Camerino. In genere il ricercatore in Italia viene identificato comunemente con il "ricercatore universitario", posizione più bassa nella gerarchia dei contratti a tempo indeterminato. Si tratta di un ruolo istituito dalla legge 382 del 1980 ("La Riforma Universitaria"). Al ricercatore veniva assegnato il ruolo di chi deve imparare a fare ricerca per essere poi promosso ai livelli superiori: professori associati, e professori ordinari e straordinari. La figura del ricercatore creata dalla legge 382 ha di fatto sostituito quella del vecchio Assistente. Il nuovo ruolo era riservato ai giovani che dovevano imparare a fare ricerca ed essere sottoposti dopo tre anni ad un giudizio di idoneità e con il quale potevano ottenere il passaggio a ricercatore a tempo indeterminato. Di fatto nessun ricercatore ha dovuto lasciare il posto per inidoneità, e quindi è difficile pensare che vi sia stata un'adeguata selezione all'ingresso per verificare effettivamente la qualità e le competenze. Se a questo si aggiunge il fatto che moltissimi ricercatori sono diventati tali per un puro meccanismo disastroso di ope legis - che peraltro ha interessato tutte le fasce della docenza universitaria - è facile intuire la situazione in cui versa la ricerca universitaria. In molti Paesi la figura di ricercatore equivale a quella di Assistant Professor o ad altra qualifica che di solito è un contratto a tempo determinato. Costui segue quella che viene definita una Tenure Track che prevede un inserimento a livello superiore entro un certo numero di anni: dopodichè la persona non può conservare il posto. Con l'introduzione della legge 30 del 2003, "Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro" (la cosiddetta legge Biagi), ha trovato lavoro una grande massa di giovani, che di fatto svolgono un lavoro simile a quello dei ricercatori, ma appartengono alla categoria dei precari. Il problema principale consiste nel fatto che il trattamento economico e previdenziale di questi ricercatori spesso non garantisce le necessarie coperture. Il giovane che inizia un Dottorato di Ricerca ha di solito una borsa di studio. Nella fase di post-dottorato l'Università fornisce la possibilità di ottenere un assegno di ricerca che non può durare più di quattro anni. Questo criterio omologa la figura dell'assegnista a quello dell'Assistant Professor di altri Paesi. A fianco della figura dell'assegnista ci sono tantissimi giovani che sono remunerati a vario titolo con borse, assegni di ricerca, contratti co.co.co. o a progetto ed anche di chi lavora senza stipendio. Questo vasto mondo di precariato disomogeneo rappresenta il serbatoio dal quale si dovrebbe attingere per promuovere chi ha effettivamente dimostrare di aver acquisito piena autonomia e capacità di ricerca. Di fatto questa categoria di persone, seconda la Carta Europea del Ricercatore, dovrebbe essere considerata a pieno titolo come la categoria del "vero Ricercatore". Il numero di questi giovani precari è decisamente superiore a quello che qualunque tipo di Università può accogliere. In altri Paesi esiste una ricerca privata che investe in media il doppio di quella pubblica, mentre in Italia tale investimento è la metà. L'Università ha proprio il compito di preparare i ricercatori per l'industria. Ma in Italia di fatto la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro è molto difficile. L'età media di questa massa di precari che lavorano attualmente nell'Università italiana sta diventando sempre più alta e il loro numero è enorme. È d'obbligo una riflessione: chi saranno i vincitori dei pochi posti di Ricercatore che l'Università italiana è in grado di bandire? Certamente vi accederanno persone che avranno al loro attivo molti anni di attività. Questo periodo è sufficientemente lungo per poter valutare con molta sicurezza chi è veramente diventato Ricercatore autonomo ed indipendente. Ma allora perché queste persone oramai ad alta qualificazione non debbono aspirare almeno al ruolo di Professori Associati? In altre parole, siccome la massa di precari è abbondate e di età media elevata sarebbe forse opportuno abolire la figura di Ricercatore. Un ultimo punto riguarda gli stipendi dei Ricercatori. Se vogliamo aderire non solo formalmente alle direttive europee ci sembra il momento di adeguare gli stipendi uniformandoli a quelli degli altri Paesi. In conclusione, la nostra proposta è che in linea con la Carta europea del Ricercatore, la figura di Ricercatore Universitario venga soppressa con il meccanismo dell'esaurimento aumentando adeguatamente il numero di posti delle due fasce di Professori e che lo stipendio di questa nuova figura di ricercatore sia remunerata in linea con gli stipendi europei. @pprofondisci Commenta l'articolo su www.agendacoscioni.it

Venerdì, 12 ottobre, 2007 - 13:09
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