Che fare?

Valori laici e telenovelas clericali

di Emma Bonino

Questo mio intervento sarà poco più di un saluto e forse un brevissimo commento a quanto udito finora. Avrei voluto ascoltare con più attenzione e più a lungo, e invece ho ascoltato poco. Però ho letto quello che è stato possibile. Devo anche dire che, da quello che ho ascoltato, ho provato lo stesso interesse ma anche la stessa estraneità che ho avvertito tutte le volte che, in altra parte del mondo - dove mi trovo anche a vivere - mi sono trovata a seguire, per ragioni di studio della lingua, dei dibattiti sulla interpretazione moderna, o modernista, o modernizzata del Corano; lì ho avvertito in me lo stesso interesse, ma anche la stessa estraneità. Ovviamente il Corano è, ha, una "interpretazione unica", ma vi è la grande esigenza di chi dice "sono musulmano ma non sono quel musulmano che dite voi"; e alla fine è vero che non c'è una interpretazione unica ma, per esempio, Al Azhar fa scuola, l'interpretazione della moschea di Al Azhar e dell'Imam di Al Azhar è "una" possibile interpretazione. Dico questo perché per esempio, mi veniva da riflettere su tutta la polemica che noi abbiamo aperto, i francesi in particolare, sul foulard; a una di queste lezioni l'Imam diceva: Veramente il Corano non parla di foulard da nessuna parte: né lungo, né corto, né mezzo.

Il Corano dice semplicemente che la donna si deve vestire con "umiltà". Punto. Di qui nasce l'interpretazione dei vari regimi, e arriviamo a quelli che le coprono tutte, le donne, come se fossero dei mostriciattoli. Alla fine questo jabot, nelle varie sue forme, è diventato, specialmente nelle nostre comunità, quelle che vivono qui da noi, molto più un segno identitario che un segno religioso. Assistiamo così alle vicende di quelle donne che partono dai loro Paesi per togliersi, metaforicamente, il foulard, e dopo qualche tempo che stanno da noi se lo rimettono, devono rimetterselo. Ci si può chiedere perché accada, e una grande studiosa di fenomeni dell'emigrazione diceva l'altro giorno, ad un convegno: "La verità è che io non sono più marocchina, non sono diventata francese, non so bene cosa sono... Sapete che c'è? Sono musulmana"... Ma nel senso dell'identità politica, non dell'identità religiosa, perché a lei, come la stragrande maggioranza di voi cattolici, tutto gli viene in mente tranne che di seguire il Corano nelle prescrizioni attinenti alla vita individuale, così come mi pare le ricerche stiano dimostrando, e cioè che, cattolico o non cattolico, la stragrande maggioranza della gente, dei battezzati, non ritiene di dovere, o di potere, o di volere - per libertà di scienza e di coscienza seguire i dettami della Chiesa rivelata.

Quindi vi ho seguito con interesse, ma anche con una certa forma - come dirvi - di compiacimento, nel senso che da quel poco che ho potuto seguire ho ricavato un fondamento accresciuto di validità del nostro operare politico. Su questo non voglio ripetere quanto credo abbia scritto e detto molto bene Angiolo Bandinelli nella sua relazione, su che cosa sia infine la laicità radicale, cioè la traduzione delle proprie convinzioni profonde in attività politica, una attività che rispetta, anzi fa perno sull'individuo. Da qui nasce l'idea del referendum, l'iniziativa in cui uno, il cittadino, va e firma, non perché è un uomo "vuoto", lo eliotiano "hollow man" - come scrive giustamente Angiolo - ma perché è un uomo, è una persona "piena", piena di voglia di assumere una posizione e una responsabilità. E' questo laicismo, pannelliano o radicale che dir si voglia, quello che magari scandalizza i benpensanti ma poi, invece, attira più attenzione - che ne so, credo sia vero da qualche conversazione che ho avuto - in Sciascia o in Pasolini... Ora, la mia urgenza - che è una di quelle cose che sempre irritano moltissimo Marco - è che io ho sempre bisogno immediato di tradurre nel che fare quel che ho detto, sentito, ascoltato. E dunque, ora che succede? Che vogliamo fare? In fondo, quello che posso ricavare da tutto quello che voi dite - che condivido più o meno - è che mentre si viene accusati di essere non so che "positivisti volgari" (perché "positivista" da solo da noi non usa, il positivista e automaticamente volgare, così come il liberista è "selvaggio", altrimenti da solo, senza aggettivi, il liberista nel nostro paese non esiste) a me preme il tentativo, da compiere nell'urgenza politica giornaliera di tutti noi, di ribaltare, non so con quale strumento, questa impostazione: quella per cui il positivista è volgare, il liberista è selvaggio e, infine, il laico è nichilista.

Non è affatto vero che il laico è nichilista. È esattamente il contrario. Io credo che non ci dobbiamo e non ci possiamo permettere di lasciare i "valori" come patrimonio, bandiera, e non so che, ad un certo tipo di destra clericale. Non è vero, anzi dal mio punto di vista, con molta umiltà io penso che i loro siano dei "disvalori". Io penso che piuttosto la nostra pratica politica sia una prassi, un tentativo di incardinare nell'attività, nell'agire, dei "valori", quelli di cui siamo venuti parlando e che non illustrerò di nuovo. Credo che questa bandiera ce la dobbiamo assolutamente riprendere. Non è vero che i valori appartengono solamente a chi è, come dire, partecipe di una religione rivelata; essi invece ci appartengono, ci informano, letteralmente danno forma alla nostra vita, alla nostra pratica politica quotidiana. Credo che questa sia un'operazione, un'esigenza culturale ed etica prima ancora che politica (o viceversa) di cui io sento una grandissima esigenza. Un ulteriore commento.

Sì, la democrazia sopravvive se ci si prende gusto: verissimo. La mia impressione è che in alcuni Paesi di democrazia consolidata se ne sia perso il gusto, cosicché ogni scontro di idee viene visto come un trauma, mentre invece uno scontro di idee è ciò che fa crescere un Paese, una cultura, un popolo. Un'altra considerazione invece la rivolgo al nostro amico che diceva poc'anzi: certo, ragazzi, siete un po' bizzarri voi qui in Italia, perché alla fine siete tutta una citazione, tutto un citare vescovi; noi del nord non sappiamo neanche bene di che parlate. Probabilmente succede perché voi non avete il Vaticano letteralmente dietro casa; non parlo per metafora, sta proprio lì; e anche, forse, perché non ce l'avete tutti i giorni in televisione; o perché non vi beccate la storia, l'apologia di 27 santi o di una santa non-so-quale, a reti unificate, a go-go, tutti i santi giorni; ...Questa è la Tv italiana... Allora, se il nostro amico ci chiede: perché date tutta questa importanza al Vaticano? La risposta è perché non se ne può fare a meno, e bisogna cercare di resistere, come si può. Ci siamo un po' distratti - non noi, ma altre forze si sono un po' distratte - per cui negli ultimi anni in Italia non abbiamo resistito gran che e l'invasione è stata totale.

Basta che mettano anche un prete, oltre che il carabiniere, a leggere le previsioni del tempo, e non si scappa più. [Interruzione] Scusate, non è irriguardoso, però io dico che francamente non si tratta nemmeno più di resistere alla "riteologizzazione" eccetera; magari fosse così, noi siamo arrivati ormai alla soap opera, alla telenovela. [Interruzione] ...io ho sempre questa esigenza di concretizzare, però ho l'impressione che la nostra, la mia pratica quotidiana si informa, si può informare di questi vostri pensieri; credo che non sia un fatto, come dire, meccanicistico e puramente operazionale, credo che resistere alla soap opera voglia dire anche dare alla gente degli strumenti per resistere: "che devo fare io che voglio resistere?" Da questo punto di vista, forse non da questo primo convegno ma dai prossimi dovrà uscire fuori, dovrà esporsi chi la pensa come noi, come voi. Cosa facciamo, insomma, quale è lo strumento per cui anche mia madre possa, mia sorella possa aggregarsi? Sennò credo che rischiamo un po' una sorta di riflessione che rimane tra noi e voi, ma non riesce a superare, ad affrontare l'opinione pubblica esterna.

Martedì, 8 luglio, 2008 - 16:16
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