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Perché questo libro – di Matteo Marchesini

Matteo Marchesini
Matteo Marchesini

Luca Coscioni è un malato di sclerosi laterale amiotrofica. Luca Coscioni è il presidente di un partito politico.

Per la proprietà transitiva si ottiene che “un malato di sclerosi è presidente di un partito politico”. Cioè una contraddizione in termini, una frase in cui si attribuisce al soggetto qualcosa che gli è negato per natura. In Italia, almeno: dove si finge che la natura del malato sia perfino superiore a quella del cittadino sano, e lo si fa per mascherare un reale disprezzo; in una parola, si esorcizza

l’appestato chiudendolo nella campana di vetro del “caso umano” che merita l’ascolto indulgente ma mai paritario, mai davvero vitale. Al malato non si rende l’onore di poter essere considerato avversario politico: e mai gli è concesso neppure di prendere gli altri a duro, e magari ostinato, bersaglio polemico: poiché deve loro “una certa dose di gratitudine”; nel caso alzi troppo la cresta, glielo si rinfaccia senza esitare. Date le premesse, dunque, possiamo dire che il “caso Coscioni” è il vero miracolo italiano del nostro tempo.Questo giovane economista, cui la sclerosi ha tolto, con il movimento del corpo, una cattedra universitaria, la possibilità di correre le maratone, sua grande passione, e tante altre cose, nel giro di tre anni è diventato dirigente di un partito italiano, capolista alle elezioni politiche e candidato al Comitato Nazionale di Bioetica. Ha mobilitato centinaia di scienziati e decine di premi Nobel a sostegno della sua battaglia, ha fondato un’associazione che lotta perché a milioni di malati come lui sia concessa la libertà di cura. Tutto questo attraverso un computer, un sintetizzatore vocale e una forza di volontà che ha dell’incredibile. Ovviamente la scelta di non subire passivo la sclerosi, di rifiutare ostinato la strada del caso umano per affrontare la politica con la P maiuscola, non è stata indolore. Gli esorcisti si sono subito fatti vivi, ad esempio sotto le spoglie di un membro del Comitato di Bioetica; ha motivato l’esclusione di Luca affermando che “questa sede non può diventare una rappresentazione della sofferenza”; ma anche sotto le spoglie dell’attuale ministro per le Telecomunicazioni Maurizio Gasparri: che ha bollato Coscioni come “un poverino strumentalizzato”. Coscioni ha risposto battuta su battuta:

sono io che ho strumentalizzato il partito.

E ha rovesciato l’accusa. Il partito, Radicali Italiani, si è fatto strumentalizzare davvero. Già, perché Luca Coscioni non è presidente di un partito qualunque: è presidente del partito radicale. “Radicale” è una parola che nell’italiano medio ne evoca subito altre due: “divorzio” e “aborto”, cioè laicità e diritti civili. È, anche, una parola cui si accompagna simpatia o repulsione, mai indifferenza. C’è chi dice che i radicali siano dei mistificatori, dei ciarlatani, degli apocalittici “sacerdoti” del vittimismo. E c’è chi dice che siano l’unica forza politica davvero laica, l’unica eredità sicura di quel liberalismo d’azione e non da salotto che così poco corso ha avuto nella storia del nostro paese. Comunque la si pensi, un fatto è certo: come un tempo i radicali furono i primi a porre all’attenzione pubblica il problema dei “fuorilegge” del matrimonio, dei “cornuti” e delle “concubine” (quando non puttane tout court), degli aborti clandestini e delle vedove bianche, della giustizia ingiusta e della nonviolenza, così più di recente sono stati i primi (e finora restano gli unici, tra i soggetti politici) a porre in campo il problema della laicità della ricerca scientifica. Lo hanno fatto grazie a Luca. Grazie, anche, alla loro capacità di accoglierlo: alla scelta di eleggere parte della classe dirigente attraverso internet, di smontare e rimontare il partito come uno utensile malleabile, in vista della sua battaglia.

Se è così, però, una domanda bisogna pur farla: possibile che solo i radicali, tra le forze politiche italiane, credano che si debba sperimentare senza divieti aprioristici sulle cellule staminali embrionali? Possibile che solo i radicali credano che lo Stato non possa piegarsi ai diktat del Vaticano, cioè a un’etica religiosa e di parte? No, certo che non è così. Certo ci sono convenienze tattiche, occhi strizzati al mondo cattolico e ai suoi voti, ipocrisie che consigliano ai partiti laici di cancellare dall’agenda simili battaglie. Ma la spiegazione, detto questo, non è ancora completa. La verità è che i radicali, a differenza di altri, si sono costruiti come partito su una esigenza primaria, che è quella di rendere controllato, visibile, democratico il potere – qualunque esso sia: quello istituzionale come quello economico, quello religioso come quello scientifico. Di qui viene la loro ossessione per i media, l’analisi pignola dello strumento che dà al cittadino la possibilità di conoscere e di decidere secondo coscienza. Di qui viene anche la scelta di personalizzare le lotte: Coscioni incarna per la ricerca scientifica quello che Tortora incarnava per la giustizia. I radicali sono, insomma, i nemici acerrimi del professionismo: e la battaglia di Luca, che è geneticamente la stessa, li ha conquistati.

Spiegare nei comizi cosa sono le cellule staminali e mesenchimali, spiegare alla radio e nelle manifestazioni perché riguardano quasi ogni famiglia italiana, dire perché la ricerca in quel campo ha a che fare con la vita e la morte di milioni di persone in carne e ossa malate di sclerosi, di Parkinson, di Alzheimer – cos’altro è infatti tutto ciò se non un rifiuto netto di ogni professionismo? Cos’altro è se non il tentativo faticoso di riportare alla sua vera sede, cioè alla politica, una discussione che rischia di rimanere altrimenti sospesa nell’empireo dei laboratori e dei loro sacerdoti, sottratta all’assemblea e dunque al controllo? Sì, Luca ha strumentalizzato un partito: un partito che gli somiglia nelle urgenze, nella scelta di unire il destino personale a quello politico, nella volontà di divulgare il sapere e renderlo priorità, decisione, diritto. Questi tratti “caratteriali”, siano essi buoni o cattivi, estremizzati o ragionevoli, possono rendere difficilissima la vita pubblica in un paese come l’Italia. Possono subire una rimozione spesso non programmata, ma spontanea come il riflesso che viene da un’abitudine antica ad altri schemi, ad altre cornici. Una rimozione simile a quella per cui quando leggiamo e già ci attendiamo di trovare una parola, se ne troviamo un’altra simile la trasformiamo automaticamente in quella pensata, nascondendo la reale. Luca, come il libro che avete tra le mani testimonia, ha avuto fin troppo tempo per accorgersi di tutto questo: benché costituisca senza dubbio il caso più eccezionale che la scena politica italiana abbia visto da molti anni, lo spazio che le sue idee e il suo volto occupano su giornali e televisioni è meno che misero.

E dire che un politico sulla sedia a rotelle, muto e paralizzato, avrebbe dovuto attirare tutti – per primi proprio gli sciacalli del dolore, le telecamere morbose. Invece non è accaduto nemmeno questo, e la spiegazione è semplice: Luca non si lascia riprendere come vittima, non si lascia affogare in un talk show in cui si parla di tutto, con tutti gli esperti possibili, fuorché dell’opzione politica che lui rappresenta. Luca morde. E forse quasi tutti hanno pensato: “meglio non rischiare di lasciarci un braccio”. Il maratoneta, quindi, è prima di tutto un tentativo di riparare all’informazione negata sulla battaglia per la libertà di cura e di ricerca scientifica. Ma è, anche, il manifesto dell’Associazione per la Libertà di Ricerca Luca Coscioni, inaugurata con il primo congresso nel dicembre 2002 e oggi impegnata sul fronte europeo, per ottenere dalla Commissione il finanziamento della ricerca sulle staminali embrionali secondo l’esempio di Blair, e sul fronte italiano, per bloccare una proposta di legge che la renderebbe impraticabile nel nostro paese.

Mentre in quasi tutta l’Europa continentale e perfino oltreoceano, negli Stati Uniti di George W. Bush, l’oscurantismo vaticano e il fondamentalismo religioso mettono radici nelle scelte dei parlamenti e dei governi, impedendo una ricerca che potrebbe salvare milioni di vite in nome di un’astratta e maiuscola Vita, questo libro e questa associazione descrivono e rappresentano l’alternativa laica e possibile delle nostre società. Quella di Luca Coscioni. Quella, negli Stati Uniti, di Nancy Reagan, la moglie dell’ex presidente colpito da Alzheimer, di Michael J. Fox, malato di Parkinson, e di Christopher Reeve-Superman, rimasto paralizzato dopo un incidente. Nelle pagine che seguono troverete alcuni dei discorsi pronunciati da Luca Coscioni in veste di dirigente radicale. Sulla forza con cui egli sa trasformare il comune modo di intendere lo scontro politico, mettendo al centro la vita e la morte al posto di un “lavoro” o di una “economia” avulsi dal contesto sociale e umano, non vale la pena di aggiungere parole: le sue dicono già tutto. E bastano a mostrare la futilità di chi dentro e fuori dal Parlamento italiano ruota attorno al solo oggetto della simpatia e dell’avversione per Berlusconi o per i no global. Ciò che vorremmo invece qui sottolineare è che il lettore non si troverà soltanto di fronte a un documento di rara vitalità politica, ma anche a uno scritto dallo stile particolarissimo.

Luca non è un poeta. Non è uno scrittore. È un economista ambientale.

Ma quella cosa pietrificante chiamata sclerosi laterale amiotrofica lo ha costretto a ripensare la sua prosa parola per parola, a misurare i pesi e l’incidenza dei pensieri, la loro cogenza o frivolezza, a scegliere e scartare. A fare insomma per necessità quello che i poeti e gli scrittori fanno per vocazione. Dalla gabbia della parola che ha bisogno di mezzo minuto per essere digitata sul terminale, dalla gabbia del tempo di qui nascono i suoi discorsi. Che sono discorsi, appunto: ma col paradosso d’essere sempre e solo discorsi già scritti, fuori tempo, cioè fuori dal tempo della conversazione, del dialogo, del botta e risposta. Discorsi pronunciati da una voce staccata dalla bocca di Luca, da una macchina che estremizza i caratteri incorporei del gesto vocale in un modo che piacerebbe ai filosofi. Un flatus vocis pedante e lievemente spaesato, ma che pare impennarsi e flettersi a ogni frase sotto i colpi dell’invettiva del presidente radicale. E così Luca non deve solo afferrare il concetto al primo colpo, senza passaggi, in un lampo, in una sintesi squadrata e spesso bellissima quanto impietosa: Luca ha anche il compito titanico di prevenire e prevedere il dialogo, inglobarlo, sognarlo prima che avvenga per far sì che il suo messaggio in bottiglia resti situato al centro delle questioni anche mentre gli altri, con le parole e le bocche veloci, queste questioni le deformano, le ripensano, le spostano fino a renderle irriconoscibili. La sua voce virtuale è un richiamo alla sostanza inerte e dura della realtà, che è la stessa della malattia: che non si sposta, e resta lì infissa come il corpo, in un’ossessione lucidissima. E irrinunciabilmente politica.

Matteo Marchesini

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