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Quella legge condanna me e dieci milioni di ammalati

LETTERA APERTA A BERLUSCONI

«Caro premier, perché non mi ha messo nel comitato di bioetica?»

Caro Silvio Berlusconi, la ringrazio per aver ritenuta opportuna la mia presenza, invitandomi, alla seduta inaugurale del secondo congresso nazionale di Forza Italia. Fisicamente non potrò esserci per le mie condizioni di salute che, attualmente, mi impediscono di affrontare un viaggio così lungo da Orvieto a Milano. Seguirò comunque con grande interesse il dibattito attraverso Radio Radicale.

Colgo l’occasione del suo invito per esprimerle alcune considerazioni che ritengo urgenti e necessarie. Porto sempre con me la risposta a una domanda rivoltami, non poco tempo fa, da un giornalista: «Cosa vuol dire convivere con la sclerosi laterale amiotrofica, in termini di qualità della vita? Puoi fare degli esempi pratici?». Risposi: «Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti. Per quanto riguarda gli esempi pratici, se ne facessi uno, il lettore potrebbe apprezzarlo così come un cieco al quale è stato chiesto cosa prova nel vedere un tramonto».

La sclerosi laterale amiotrofica è una di quelle malattie che imprigiona il corpo di un uomo in un gigante di pietra, che costringe la sua coscienza a molteplici sforzi per non cedere alla disperazione più profonda. E questo non basta, tutti quelli come me – siamo tra malati di Alzheimer, Parkinson, diabete, patologie cardiovascolari, etc. almeno dieci milioni in Italia secondo il rapporto della Commissione Dulbecco – vedono ormai allontanarsi i possibili sviluppi della ricerca scientifica fortemente limitata dalla legge 40 del 2004 sulla fecondazione medicalmente assistita.
La battaglia da me intrapresa alcuni anni fa, con i miei compagni radicali e ora anche con l’associazione per la libertà di ricerca scientifica che porta il mio nome, è stata dura perché voleva impedire quello che temevamo: l’approvazione di leggi – come quella sulla fecondazione assistita approvata in febbraio – che tagliassero fuori il nostro paese dalla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali.

C]aro presidente, ho tentato in tutti i modi di entrare in contatto con lei, ma non ho ricevuto mai una risposta: perché? In occasione delle elezioni politiche del 2001, quando ero capolista della lista Bonino, lei troncò di netto ogni confronto con me e con Emma Bonino (in sciopero della sete), affermando che i temi di cui ci occupavamo, essendo «di coscienza», non potevano entrare a far parte del dibattito politico elettorale. Poiché come lei la pensavano anche D’Alema e Rutelli, il tema della libertà di ricerca scientifica fu espulso dalla campagna elettorale e, con esso, chi le scrive, Emma Bonino, Marco Pannella e i radicali tutti.
A dicembre dello stesso anno, le è stato rivolto un appello da parte di scienziati, giornalisti, personalità della società civile e del mondo dello spettacolo, tantissimi malati e loro familiari per la mia candidatura a membro del comitato nazionale di bioetica la cui composizione sarebbe scaduta il 31 dicembre. La sua risposta arrivò a giugno dell’anno successivo con la mia esclusione e la nomina di un comitato a maggioranza cattolico-integralista. Pensai che la mia presenza avrebbe imbarazzato non poco chi è abituato a considerare un ovulo fecondato da poche ore un essere umano titolare di maggiori diritti di persone come me o come lei.

Nonostante questa seconda, forte delusione, non ho smesso – con i miei compagni radicali – di sperare e di lottare. Duemilacinquecento accademici e scienziati di tutti gli orientamenti politici hanno successivamente sostenuto un mio appello affinché le leggi approvate dal parlamento fossero scevre da pregiudizi religiosi e/o ideologici. Il suo governo, anziché ascoltare quelle voci, impose alle sue componenti un voto blindato sulla legge riguardante la fecondazione medicalmente assistita: molti parlamentari dovettero mettere la propria coscienza in soffitta e votare come voleva il Vaticano, il suo governo… e Rutelli.
Non conto le volte che sono venuto in carne e ossa, con la mia carrozzina e il mio sintetizzatore vocale, davanti alle sedi istituzionali. In tanti, amici ed esponenti della Casa delle Libertà, mi tranquillizzavano affermando che «Berlusconi non avrebbe mai consentito l’approvazione di una legge contraria al progresso della scienza».

Oggi devo constatare che le speranze di milioni di malati come me, delle coppie sterili, le aspirazioni di quanti rivendicano la laicità dello stato, la libertà di scienza e di coscienza passano per la campagna referendaria per abrogare la legge sulla fecondazione assistita, una legge definita da un sottosegretario del suo governo, Margherita Boniver, «talebana» e «oscurantista», e che anche il ministro per le pari opportunità Stefania Prestigiacomo ammette andrebbe profondamente rivista.
È paradossale, ma in fondo prevedibile, constatare come oggi il centrosinistra abbia rispetto a questo referendum lo stesso atteggiamento che lei ebbe nei confronti dei referendum di riforma liberale che i radicali promossero nel 1999: «I referendum non servono, ci penseremo noi in parlamento, dopo le elezioni». È così che si sono persi 5 anni sulla riforma delle pensioni, sulla riforma della giustizia e sulla riforma delle istituzioni. Riforme che gli italiani, secondo tutti i sondaggi, si preparavano a plebiscitare con maggioranze del 60, a volte dell’80%.

Questa volta però non possiamo permetterci di aspettare cinque anni. In gioco c’è la vita di milioni di ammalati, che non possono aspettare. Se non raccoglieremo le 500 mila firme entro il 30 settembre questa legge ce la dovremo tenere almeno fino al 2007. Anche per questo, Egregio Signor Presidente del Consiglio, il mio posto di presidente di Radicali italiani, di militante politico e di malato è, nella misura in cui le mie forze lo consentiranno, ai tavoli per la raccolta delle firme, nelle strade e nelle piazze d’Italia.

17 Novembre 2003 - Luca Coscioni

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