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Il mio intervento al I congresso di Radicali Italiani

  • Data: 6 Luglio 2002
  • Luogo: Roma - Hotel Ergife
  • Fonte: Radio Radicale

6 luglio 2002 – Roma: intervento di Luca Coscioni al primo congresso di Radicali Italiani. Si parla di ricerca e del rapporto tra USA e Corte Penale.

Le attenzioni mostrate da Ciampi e Casini nei confronti di Marco Pannella diventino “atti politici determinanti e incisivi”. Questa la richiesta di Emma Bonino nel suo intervento dal palco dell’Ergife.

Stamattina leggendo i giornali, sembrava che Pannella avesse detto no a Ciampi e a Casini”, aveva esordito Emma Bonino, “io ho l’impressione opposta, Marco ha detto sì a Ciampi e a Casini. E ha detto sì nell’unico modo in cui poteva dire sì; nell’unico modo in cui poteva dire che a tal punto onorava le loro attenzioni e le istituzioni che loro rappresentano da continuare a dare un contributo, affinché si rafforzino le loro attenzioni e diventino atti politici, determinanti e incisivi”.

Forse – ha proseguito l’ex commissaria europea – fino a pochi giorni fa a Casini sembrava impossibile esercitare un ruolo attivo in questa faccenda. Oggi, però, Casini inizia forse a pensare di poter svolgere un ruolo attivo nello sbloccare la situazione. Lo stesso – ha detto – vale per Ciampi, al quale i consigliori altro consigliano”.

Stati Uniti e Corte penale internazionale

La Bonino ha poi cominciato a parlare delle resistenze Usa nei confronti della neonata Corte penale internazionale, sgombrando il campo da un facile antiamericanismo, sostenendo invece un’ipotesi di dibattito all’interno del mondo politico americano: “Siamo di fronte a un grande paese capace di un dibattito aperto e di un’opinione pubblica che conta”.

INTERVENTO DI LUCA:

Care compagne, cari compagni,
sono molto contento ed emozionato di partecipare al primo congresso di Radicali Italiani. Il 20 maggio 2002, alle 9 di mattina, sono entrato nella sala operatoria del reparto di neurochirurgia dell’ospedale Giovanni Bosco di Torino. Ho omesso la parola san, cioè santo, perché, pur se bene organizzato, il reparto è un piccolo inferno. Ne parlo ancora con dolore. È molto doloroso per me ricordare quei giorni, ma è necessario, e lo è politicamente, non solo umanamente, nel senso di una delle tante esperienze umane. La sala operatoria aveva qualcosa di familiare. Sembrava la nostra cucina: tecnologicamente avanzata e completamente e rigorosamente in acciaio. Marco e Matteo dovrebbero ricordarsela. Di lì sono infatti usciti i peperoni di Maria Antonietta, molto pochi, ma molto buoni. Avevo lo stomaco in gola. Prima di essere addormentato, ho salutato con un bacio Maria Antonietta, ho rivolto il mio pensiero alle persone che amo e mi sono detto due cose: che cazzo di malattia mi è capitata, e spero di risvegliarmi. Decidere di fare da cavia non è stata una scelta facile. Ha comportato e sta comportando notevoli sacrifici psicologici e fisici. Per molti mesi sono stato indeciso. Non sapevo quale fosse la cosa migliore da farsi. Lasciare che la malattia progredisse ed attendere l’esito della sperimentazione; oppure tentare la carta dell’autotrapianto, senza sapere ciò a cui sarei andato incontro? Poi, proprio non accettavo, non riuscivo ad accettare la perdita di coscienza che comportava l’anestesia totale. La associavo, a causa di un innato e deleterio senso di onnipotenza, alla morte. Cazzo quanto sono complicato.

Una volta risvegliatomi, quando ero ancora intubato e rincoglionito dall’anestesia, ho cominciato a intravedere e sentire parlare Maria Antonietta, vestita come i medici della sala operatoria. Allora ho pensato: vivo o morto, x? X, a differenza della canzone di Ligabue, stava per Luca Coscioni. In realtà, Maria Antonietta era proprio Maria Antonietta, che il dottor Riccardo Boccaletti aveva gentilmente fatto entrare in sala operatoria, ed io ero proprio io, e grazie ai medici, fortunatamente, anzi scientificamente, proprio vivo. Mentre mi stavano velocemente trasferendo in rianimazione, respiravo con l’aiuto di un respiratore, Maria Antonietta, questa volta vestita normalmente, mi porta all’orecchio il cellulare, e Marco Pannella mi saluta. La tecnologia è meravigliosa.

Se il reparto di neurochirurgia è un piccolo inferno, la rianimazione è un grande inferno, soprattutto quando un infermiere ti infila, con una siringa, i farmaci in gola, non tenendo conto che tu non puoi deglutire. Penso a Cofferati, cinese di soprannome e nei fatti, all’articolo 18, ai concorsi pubblici e a molte altre cose, decisamente non da non violento. L’illegalità non è qualcosa di astratto, la sperimentiamo ogni giorno e sulla nostra pelle. È mai possibile che i cittadini italiani non si rendano conto che, da un mancato plenum della Corte costituzionale e della Camera dei deputati ad un concorso truccato per infermieri, l’essenza del problema è la stessa: l’assenza di legalità, il venire meno dello Stato di diritto?

Mentre non riesco a respirare, subentra uno stato di tachicardia che mette in moto tutti gli allarmi della sala di rianimazione. Anche se qualcuno ha molto autorevolmente ipotizzato che l’inferno c’è, ma che è vuoto, tra me e me comincio proprio a sperare che la vita eterna non esista. L’inferno, il mio grande inferno della rianimazione, è durato solamente 48 ore. Posso assicurarvi che mi sono bastate. La rianimazione ha ridotto in mille pezzi me, Maria Antonietta ed Anna Cristina. Io sto provando a ricomporli. Anche loro. Non so ancora se ci riuscirò. Dopo queste 48 ore di grande inferno, ho fatto ritorno al piccolo inferno del reparto di neurochirurgia, dove sono restato fino al 30 maggio 2002, per poi finalmente e faticosamente fare ritorno, lo stesso giorno, a casa. Questo è, sinteticamente, il diario della mia gita torinese.

Sono molto contento per Giovanni Paolo II che noon abbia mai conosciuto né il piccolo né il grande inferno, ma di aver varcato solo la soglia del decimo piano del Paradiso del Policlinico Agostino Gemelli. Non so quale aria tiri da quelle parti, ma sono certo che si respira un’aria senz’altro migliore di quella del settimo piano, che contiene camerate a sei letti e chiaramente senza bagno. Le conosco molto bene perché lì, al settimo piano del reparto di neurologia del Policlinico Agostino Gemelli, mi è stata comunicata la diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica.

Per quanto riguarda il mio piccolo contributo al nostro congresso, avevo già anticipato, nel corso dell’assemblea precongressuale umbra, che vi avrei portato i temi della bioetica, non certo i temi della bioetica in laboratorio, che non mi competono, ma quelli della bioetica in politica, cioè della bioetica sulla propria pelle.

Come è noto, alla fine, Silvio Berlusconi, in realtà Girolamo Sirchia, ce l’ha fatta a nominare il nuovo Comitato nazionale per la bioetica. Io, anche questo è ormai noto, non ci sono. E come avrei potuto esserci? Una mia nomina avrebbe significato il riconoscimento della mia esistenza, anche della mia vitalità e la fondatezza delle proposte radicali in tema di libertà della ricerca scientifica. Così, nella lista predisposta con democristiana ed illiberale furbizia da Girolamo Sirchia, non solo non c’è il mio nome, cosa questa scontata, ma si hanno enormi difficoltà a rintracciare i nomi dei membri liberali o laici. Perché io non ci sono? Secondo alcuni, perché non ho i titoli. Per altri, perché sono Presidente di Radicali Italiani. Ma la ragione vera della mia esclusione è un’altra, e ce la spiega, con grande chiarezza, intervistata da Radio Radicale, Luisella Battaglia, uno dei membri del nuovo Comitato nazionale per la bioetica, riconfermata da Girolamo Sirchia, e ordinario di Filosofia Morale di Bioetica alla facoltà di Scienze della formazione della Università di Genova. Luisella Battaglia, nel corso della intervista, si definisce più volte liberale, laica e addirittura non violenta gandhiana: una radicale insomma. Possiamo sta- re quindi tranquilli? Tutt’altro. Le viene rivolta la seguente domanda: “Senta, professoressa, lei saprà che i radicali si sono spesi molto, nei mesi scorsi, per sollecitare il Presidente del Consiglio a nominare il Comitato, nomina che è arrivata con 6 mesi di ritardo, e perché fosse scelto anche Luca Coscioni, che è presidente di Radicali Italiani e malato di sclerosi laterale amiotrofica. Lo avevano sostenuto migliaia di persone, in particolare scienziati impegnati nella ricerca sulle cellule staminali, ma il suo nome non compare fra quelli dei nuovi membri, anche con la motivazione che non era un esperto. Scorrendo però la lista dei nuovi membri, c’è il nome di Carlo Casini, che non è esattamente uno scienziato esperto di bioetica, se non per la sua militanza, diciamo. Cosa ne pensa di questa esclusione?”.

La risposta: “Ma, dunque, glielo devo dire molto schiettamente” – esordisce Luisella Battaglia – “che non trovo che sia scandalosa l’esclusione in sé, perché in effetti se noi dovessimo dire che devono essere rappresentati tutti coloro che sono portatori di grandi e gravosi problemi, effettivamente non basterebbe un comitato di migliaia di membri. Quindi, mi sembra di poter dire che, se il problema che Coscioni rappresentava è un problema serio, di questo problema si parlerà, anche se Coscioni non è presente, e certamente ce ne faremo carico: su questo non ci sono dubbi. Non mi sembra, in altri termini – prosegue Luisella Battaglia – un buon argomento, che deve essere proprio il soggetto, il protagonista del dramma, ad essere lì, perché davvero il senso del Comitato è anche quello di essere un luogo in cui vengono recepite delle istanze, ma anche un luogo in cui si filtrano queste istanze. Filtrare – ci spiega la professoressa – non vuol dire ovviamente rimuovere. Però, il Comitato deve essere una sorta di camera di compensazione. Non può essere un luogo di rappresentazione del dolore del mondo – conclude la Battaglia – questo lo dico con estrema chiarezza, perché, con tutto il rispetto che ho per Coscioni, però non mi sono mai sentita di sostenere la sua candidatura, per le ragioni che ho cercato di dirle”.

L’intervista è molto eloquente, e mi dà la possibilità di fare alcune considerazioni. Se io sono il soggetto, il protagonista del dramma, allora Luisella Battaglia – che non ha capito, nel modo più assoluto, che non rappresentavo un problema, ma che sto gandhianamente dando corpo ad una battaglia di libertà – porterà, in seno al Comitato nazionale per la bioetica la tragedia della concertazione anche in campo bioetico. Certamente, il Comitato nazionale per la bioetica non è il luogo di rappresentazione del dolore del mondo, ed io infatti, se fossi stato nominato, vi avrei portato non il dolore del mondo, ma le speranze di una ricerca scientifica libera, libera anche dai condizionamenti di chi, a parole, si professa liberale, laico e persino non violento gandhiano, ma in realtà è illiberale e verbalmente violento. Il dolore del mondo è una categoria che non esiste. Il dolore è qualcosa di individuale e tutt’al più può riguardare un gruppo ristretto di persone. La definizione di dolore del mondo è di matrice cattocomunista, cioè illiberale.

Il Comitato nazionale per la bioetica inoltre non può essere una camera di compensazione, è un organo consultivo che deve redigere, anzi che dovrebbe redigere, pareri in materia di bioetica. A questo proposito, non mi pare che il precedente Comitato, nominato da D’Alema, e di cui faceva chiaramente parte la Battaglia, si sia distinto per laicità ed efficienza. Non è poi certo con il gioco delle due carte, cioè trasformando l’ex presidente Berlinguer in presidente onorario, e l’ex presidente onorario D’Agostino in presidente del Comitato, che se ne garantisce la competenza, l’autorevolezza e l’efficacia.

Sei mesi sono passati, la Camera dei deputati, senza nemmeno consultare il Comitato, ha varato la legge sulla procreazione medicalmente assistita, e la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha nominato un nuovo Comitato nazionale per la bioetica, nel quale i membri laici vanno cercati con il lanternino. I membri liberali sono invece del tutto assenti. Essere infatti laici è condizione necessaria, ma non sufficiente, per essere anche liberali. Il nuovo presidente non sembra avere i titoli scientifici almeno per presiederlo, essendo il professor Francesco D’Agostino semplicemente ordinario di Filosofia del Diritto della Università Tor Vergata di Roma. Evidentemente, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha ritenuto sufficienti le frequentazioni vaticane e le posizioni integraliste e disumane sui temi della vita e della morte di Francesco D’Agostino per nominarlo non solo membro del Comitato, ma addirittura suo presidente.

Come se non bastasse, troviamo nel Comitato un altro talebano, monsignor Elio Sgreccia. E, dulcis in fundo, Carlo Casini. Proprio un bel Comitato. Complimenti a Sirchia e a chi lo ha aiutato a predisporre questo listone. Sei mesi sono occorsi per partorire il nuovo Comitato nazionale per la bioetica, ma più che di un parto si tratta di un aborto. Me ne dispiace per il Paese e per i due o tre membri laici del Comitato. Non certo per la professoressa Battaglia, molto vicina alle posizioni talebane del presidente D’Agostino, e incollata, come tutti i culi di piombo, al prestigioso scranno del Comitato. Sempre intervistata da Radio Radicale, definisce scandaloso il ritardo nella nomina, ma intanto la accetta. Sostiene che purtroppo la nomina è politica e che sarebbe meglio che venisse fatta dal Presidente della Repubblica. La Battaglia, esperta di bioetica, dimentica che, essendo il Comitato nazionale per la bioetica un organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominarlo. Consiglio quindi alla professoressa di rileggersi per lo meno il decreto istitutivo del Comitato. E la Costituzione della Repubblica italiana. A questo punto desidero ritornare sul frammento di intervista nel quale la Battaglia affermava che, se il problema che rappresentavo è un problema serio, di questo problema si parlerà nel Comitato. Ora, temi quali clonazione terapeutica, utilizzazione degli embrioni soprannumerari, procreazione medicalmente assistita, suicidio assistito, libertà di ricerca, uso terapeutico della cannabis, RU 486 sono centrali nel dibattito scientifico, politico e bioetico, in Italia e nel mondo. Per la professoressa Battaglia però le priorità sono altre: la diffusione della bioetica nelle scuole, la bioetica animale, cioè le questioni che riguardano l’etica della vita animale, fino ad ora, sempre secondo la professoressa, trattati solo come cavie; poi, la difesa dei soggetti deboli, innanzitutto gli anziani; la donazione dei cordoni ombelicali e la utilizzazione delle cellule staminali tratte dagli stessi; infine, l’argomento del prendersi cura degli altri, dal momento che Luisella Battaglia dice, senza dubbio alcuno, di riuscire ad immedesimarsi nella sofferenza altrui.

Io non avrò pure i titoli della cupola della mafiosità accademica. Infatti, dopo aver conseguito il titolo di dottore di ricerca, avevo ottenuto un contratto annuale per il corso di Politica economica. Il mio compenso annuo era di 7 milioni di vecchie lire.

Tenete conto che allora un ordinario di Politica economica costava allo Stato italiano 100 milioni di lire annui. Sarò anche il presidente uscente di Radicali Italiani. Ma, se Silvio Berlusconi mi avesse nominato membro del nuovo Comitato nazionale per la bioetica, con molta umiltà, ma anche con molta forza, i temi più importanti ed attuali della bioetica, i temi radicali della nostra ultima campagna elettorale, sarebbero stati finalmente discussi e portati all’attenzione della opinione pubblica. Questo è certo. Le parole apparentemente lievi della professoressa Luisella Battaglia sono state per me pesanti come pietre. Sì, perché io non mi sento, sul palcoscenico della vita, di rappresentare una tragedia, ma sto solamente cercando di vivere una esistenza che contenga anche qualche sorriso, dopo che le lacrime si sono esaurite. Oggi, come ieri, la mia battaglia non è solo quella per la libertà della ricerca scientifica, ma è anche una battaglia per affermare i diritti umani più fondamentali, fra i quali il diritto alla vita, a vivere una vita senza sentirti dire che tu questo o quello non lo puoi fare, non lo hai fatto, non lo stai facendo. Anche se in realtà hai mosso più cose, idee e persone di quando parlavi, insegnavi e correvi la maratona.

La maggior parte degli uomini e delle donne, che professa e pratica la illegalità ed il massacro del diritto, è talmente avvezza a confondere i piaceri con i diritti, che ritiene che il tuo diritto alla vita sia invece un piacere, il piacere che molto gentilmente ti accordano: di lasciarti fare la sola cosa che loro sono capaci di fare, cioè non vivere.

Alcuni mesi fa, avevo detto di sentirmi due volte radicale: la prima, perché militante e presidente di Radicali Italiani; la seconda, perché malato di sclerosi laterale amiotrofica. In entrambi i casi, la condanna è la stessa: la cancellazione. Comunque anche se fossi stato uno dei membri del Comitato, questo non avrebbe lo stesso impedito alla Camera dei deputati di varare una legge proibizionista in materia di procreazione assistita. Il Presidente della Camera si è detto soddisfatto della legge ed in molti hanno affermato di aver messo fine ad un Far West. Il risultato è invece un vero e proprio disastro per le coppie che vogliono concepire in Italia legalmente e per la ricerca scientifica. Per quanto riguarda il primo aspetto, Emma ha molto puntualmente e giustamente sottolineato che: “La bocciatura della fecondazione eterologa rappresenta il trionfo dell’opportunismo clericale che sembra essersi impadronito degli schieramenti politici italiani. Insomma, obbedendo ai dettami del cardinal Ruini, anziché alla sensibilità maggioritaria dell’opinione pubblica italiana, cattolici compresi, il Parlamento italiano mette in discussione la laicità dello Stato. Va denunciato il carattere ottusamente e ipocritamente proibizionista di una normativa che vieta in Italia ciò che è consentito in Europa. Il risultato di questo proibizionismo non sarà diverso da quello degli altri proibizionismi, compreso, per molti aspetti, quello sull’aborto: mercato nero e clandestino della fecondazione eterologa in Italia e, in alternativa, un penoso pendolarismo della maternità verso Londra o Amsterdam”.

Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, Daniele ha osservato che, nel testo della legge, come per miracolo, non compaiono nemmeno due parole che noi conosciamo molto bene: clonazione terapeutica. Questo significa che, con il divieto assoluto della clonazione umana, la maggioranza trasversale della Camera dei deputati ha sottointeso anche quella terapeutica. Delle due l’una: o viene assimilata a quella umana; oppure non è proprio presa in esame.

Poi, il nodo degli embrioni soprannumerari non può ritenersi sciolto semplicemente prevedendo un ulteriore divieto: quello della sperimentazione sugli embrioni. Infatti, ormai è divenuto, almeno per noi, un tormentone che gli embrioni soprannumerari, cazzo, verranno comunque buttati. Accettiamo per il momento questa restrizione, cioè di non crearne dei nuovi, ma lasciamo, per lo meno, che quelli già esistenti possano essere studiati. No, pure questo non si può fare. La professoressa Luisella Battaglia ha la possibilità di dare prova dell’essere membro laico e liberale in due modi. In primo luogo, può rispolverare le raccomandazioni del precedente Comitato nazionale per la bioetica sulle cellule staminali, che, seppur molto pavidamente, proponeva l’uso degli embrioni congelati. In secondo luogo, proporre la valorizzazione del Rapporto Dulbecco sulle cellule staminali, che aveva rilanciato la cosiddetta via italiana alla clonazione terapeutica. Sirchia e monsignor Tonini si erano detti entusiasti di questa opzione scientifica ed avevano votato a favore. Del Rapporto Dulbecco non c’è invece traccia nel sito istituzionale del Ministero della Salute, dove Sirchia, non appena nominato Ministro, ha pensato bene di farlo cancellare.

La battaglia radicale per la libertà della ricerca scientifica sarà, così come lo è stata, molto difficile. Ma cosa non è difficile per noi radicali? Concludo, ringraziando Marco Pannella e gli altri compagni di partito che mi sono stati vicini nel momento di sofferenza che ho attraversato a Torino. Marco, come tu mi sei dentro, nel mio corpo stanco e nel mio spirito provato, io sono in te, sono con te. Sei necessario, straordinario e prezioso. Se ti penso, se penso al tuo volto scavato, al tuo corpo prosciugato, alle tue braccia da bambino, all’azzurro dei tuoi occhi, la smetto di essere completamente ripiegato su me stesso e sulla mia malattia, mi apro agli altri, alle cose della vita e quindi alle cose radicali. Nel mare della tua conoscenza, della tua grande umanità, del tuo amore per la vita, cioè per le donne e per gli uomini, del tuo amore per il diritto, per la libertà e la democrazia, navigo e mi è chiaro cosa può salvare almeno il mio spirito. L’amore per ciò in cui crediamo, per le persone che mi amano e che mi ricordano ciò che sia l’amore, la democrazia, la libertà e il diritto. Ho ancora molto da imparare e sono qui anche per questo.

Sul sito di Radio Radicale è possibile vedere il video integrale del congresso

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