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Garantire volontà della persona è la questione centrale

L’interesse che i media hanno dato e stanno dando al caso umano di Salvatore Crisafulli non mi stupisce. Mi stupiscono invece, le parole – che hanno fatto poi scoppiare il caso – di alcuni mesi fa, pronunciate dal fratello Pietro: “Se entro il 5 maggio non viene trovata una soluzione per mio fratello, staccherò la spina”.

Mi chiedo cosa egli volesse davvero dire, cosa intendesse per “soluzione” nel staccare la spina e se quella intenzione di agire fosse davvero la volontà di Salvatore. Perché quello che conta è la volontà espressa della persona che si trova a vivere condizioni di sofferenza atroce e insostenibile.

Ecco la questione centrale il riconoscimento di questa volontà; libera, autentica volontà assunta come norma che preveda e garantisca, la manifestazione della coscienza di ciascuno di noi, che non esprima altro significato se non quello intimamente voluto.

Già nel 1984 la proposta di legge “Fortuna” sulla eutanasia, poneva massima attenzione sul principio della presunzione del consenso del malato che si trova in uno stato terminale o soffre di una male senza speranza di guarigione, dal quale raggiunga la morte, morte ritardata solo dai trattamenti terapeutici, tra i quali l’alimentazione e l’idratazione artificiale. Gli stessi che per Francesco D’Agostino e la maggioranza – ma non l’unanimità – dei membri del Comitato Nazionale di Bioetica, non sono “atti medici” ma di “ordinaria assistenza” al malato.

Francesco D’Agostino ci ricorda che “Nutrire con la flebo un paziente non più cosciente non è un atto medico”. È come dare il biberon a un neonato che non può essere allattato dalla mamma o affidarlo alla balia”. C’è solo una piccola differenza, caro D’Agostino, che se il neonato ha fame, piange e urla manifestando così la sua volontà.

05 ottobre 2005 – Luca Coscioni

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