Il mio intervento alla terza giornata del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

Care compagne, cari compagni,
ho deciso di aprire il mio intervento di oggi, partendo da un brano, tratto dalla Vita di Ernesto Rossi, scritta da Giuseppe Fiori.
Ernesto Rossi si trova in carcere a Pallanza sul lago maggiore. Nel reclusorio, all’aria, in un cortile ampio, trova una decina di detenuti comuni e una ventina di detenuti politici, nella maggior parte, meno un avvocato e un ex deputato, giovani tra i 20 e i 25 anni, un paio di anarchici, comunisti gli altri. È l’unico liberale, e dal primo istante si premura di marcare con i compagni, lealtà dovuta, la sua ragionata avversione al comunismo. Scrive Rossi: nel 1919, mi sono trovato con i fascisti contro la dittatura comunista. Oggi, sono in galera con i comunisti contro la dittatura fascista. E niente di più facile che domani dovessi essere considerato un sovversivo dai comunisti. E ancora, Ernesto Rossi, racconta alla mamma: con gli anarchici sono sempre stato in buon accordo, mentre con i comunisti non riesco. Sono sicuro che, se fossero andati loro al potere, sarei ugualmente in galera. Sono andato a ritrovare pazientemente questo brano, che dedico ad Olivie, Bruno, Massimo, Silvia e Nicolai, dopo aver ricevuto un messaggio nel mio filo diretto, in cui, molto sinteticamente, Leonardo, sottoponeva alla mia attenzione questa testimonianza di Ernesto Rossi, chiedendomi un commento. Chiaramente, e non avrebbe potuto essere altrimenti, Ernesto Rossi era anche un anticlericale, oltre ad essere antifascista e anticomunista. La lettura di questo brano è di straordinaria attualità, e, se per molti, l’11 settembre ha segnato uno spartiacque nella storia contemporanea, per noi radicali, per noi liberali, ha rappresentato solamente la goccia che ha fatto traboccare un vaso già da molto tempo pieno. Non si è trattato, volendo utilizzare una figura mitologica, della rottura del vaso di Pandora. I venti del fanatismo e del terrorismo islamici, soffiavano, infatti, da molto tempo, inaridendo e massacrando popolazioni intere, centinaia di milioni di uomini e donne in tutto il mondo. Oggi, come ieri, lo spartiacque è in effetti, fra civiltà e violenza, tra libertà e oppressione, tra democrazie e regimi totalitari, fra sistemi economici liberi ed economie assistite o pianificate, fra stati laici e confessionali, tra religione e fanatismo, tra spiritualità e superstizione, tra pacifismo e non violenza.

Nell’ultima riunione di direzione, Daniele, rivolgendosi a Giuseppe Rosso di Vita, ha, scherzosamente, proposto di lavorare alla costruzione di una, o, emme, di, cioè una organizzazione molisana della democrazia, riferendosi al fatto, che le ultime elezioni regionali, nel Molise, sono state annullate, così come, le autorità competenti avrebbero dovuto annullare le elezioni in tutte le altre regioni italiane. Evidentemente, Daniele sottintendeva la necessità, richiamata più volte da Emma, di formare una organizzazione mondiale delle democrazie. Il tema della democrazia e della legalità è centrale, anche nel nostro paese, benché, esso, come ho già messo in luce nel mio ultimo intervento al comitato dei radicali, sia quello, che più difficilmente, può essere tradotto in azione politica radicale. Una azione che sia facilmente comprensibile dall’opinione pubblica. Se è vero, che il grado di civiltà di un paese, può essere misurato dal livello di indignazione rispetto alle violazioni della legge, allora, esso, è decisamente basso in Italia, dove, per sopravvivere il cittadino sembra essere ormai, disposto a piegarsi alle ragioni di un sistema di illegalità consolidato, e capillarmente diffuso. Certo, l’Italia è una democrazia, ma quando tali violazioni diventano sistematiche come nel nostro caso, da una democrazia sostanziale, si passa ad una democrazia, meramente formale. I rischi ai quali una democrazia solamente formale espone, poi, le garanzie fondamentali sono tali, da minare alla fine le basi stesse della democrazia, e da rendere urgente una azione politica, volta al ripristino della legalità. Si sono levate molte voci, per ribadire che lo scontro attuale non è fra occidente ed islam, ma di esse, una, in particolare, ha lasciato un segno profondo in me. È quella di Sergio Stanzani, che, in occasione della manifestazione radicale, al cimitero dei caduti inglesi di Rivotorto di Assisi, si è espresso così: una cosa, mi ha colpito e sorpreso, una lapide ricorda due giovani, uno di 18 anni, uno di 19, italiani, ufficiali partigiani, uno cattolico, l’altro ebreo. Credo che il senso profondo di questa nostra presenza, si ricolleghi, dopo tanti anni, ancora a questa espressione emblematica: il diritto fondamentale della persona è il diritto alla vita, il diritto è necessario per la vita, non c’è pace, senza giustizia. Ma per avere giustizia ci vuole la libertà, ci vuole la democrazia.

Devo essere sincero, le parole di Sergio mi costringono ad esserlo. Quel giorno, immerso nel verde del cimitero di Rivotorto, quelle parole mi hanno profondamente commosso, hanno fatto vibrare il mio spirito, mi hanno fatto sentire inglese, mi hanno fatto pensare che quando, spero il più tardi possibile, sarò morto, vorrò essere sepolto in un cimitero di caduti inglesi, in mezzo a giovani che hanno perso la vita, combattendo per la loro libertà, e per quella del popolo italiano, che aveva abbracciato il fascismo. Nel silenzio del cimitero di Rivotorto, lontano, dalla rumorosa marcia della pace ho pensato alla avventura della campagna elettorale, a Emma seduta sulle mie gambe, al comizio di Marco sotto una pioggia fitta e un forte temporale, a Maria Antonietta, e allo sforzo da lei profuso nel tentativo di aiutarmi. Dall’avvento dei sistemi democratici, lo scontro è sempre stato fra democrazia e totalitarismo, nelle sue diverse forme, nazismo, fascismo, comunismo, integralismo religioso. Un economista, non certo inascoltato, che Benedetto definirebbe, però, un po’ troppo buonista, Amartya Sen, sostiene del resto che: lo sviluppo deve essere inteso come un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, nella sfera privata, come in quella sociale e politica. Di conseguenza la sfida dello sviluppo consiste nell’eliminare i vari tipi di illibertà, tra cui la fame e la miseria, la tirannia, l’intolleranza e la repressione, l’analfabetismo, la mancanza di assistenza sanitaria e di tutela ambientale, di libertà di espressione, che limitano, o negano all’individuo, uomo o donna, l’opportunità e la capacità di agire secondo ragione, e di costruire la vita che preferisce. Nel vedere sfilare quelle centinaia di migliaia di persone alla marcia della pace, non vi nascondo, e se lo facessi sarei un ipocrita, che il sentimento che ho provato è stato un sentimento di rabbia. Rabbia, perché come ricordava Marco l’altro giorno, quei pacifisti non hanno mai mosso un solo passo, per almeno un miliardo e mezzo di uomini e donne, che sono oppressi da regimi totalitari e integralisti. Tutte quelle persone, godono dei benefici prodotti dal mercato e dalla globalizzazione, eppure, dopo il crollo del muro di Berlino, e il fallimento su scala planetaria delle cosiddette economie pianificate, e del socialismo reale, hanno spostato la loro critica dall’economia di mercato al fenomeno della globalizzazione, non accorgendosi che il governo della stessa, può essere una occasione di libertà e di sviluppo per miliardi di persone, che, oggi, si trovano ben al di sotto, della soglia della povertà. In realtà, continuano a guardare con sospetto anche il mercato, ma vivono, e hanno un tenore di vita medio alto, proprio grazie ad esso.

Entro il mese di marzo, dovrò sottopormi a un autotrapianto di cellule staminali mesenchimali. Un mese prima dell’intervento, verrà fatto un prelievo dal mio midollo osseo. Le cellule staminali mesenchimali così ottenute, verranno messe a coltura in una camera sterile, in modo tale, da farle aumentare di numero. Dopo un mese, saranno reimpiantate in tre diversi punti del midollo spinale, contenuto e protetto dalla colonna vertebrale. Si tratta di un intervento impegnativo, ma che apre nuove prospettive per la cura della sclerosi laterale amiotrofica. La speranza, è che le cellule reimpiantate si trasformino in motoneuroni, sostituendo così, quelli distrutti o danneggiati. Questo tentativo terapeutico rappresenta una svolta epocale nel trattamento della sclerosi laterale amiotrofica, perché se, prima di esso, l’obiettivo dei ricercatori era quello di trovare un farmaco, o una combinazione di farmaci, che bloccassero, o rallentassero il decorso della malattia, ora, invece, la prospettiva è quella di un miglioramento delle condizioni generali del paziente, che potrebbe, addirittura, recuperare parte delle facoltà perdute. Alcuni anni fa, ero da poco malato, ho assistito ad una conferenza stampa di Cristopher Reeve. Lo presi per un visionario, dal momento che sosteneva, che nel capodanno a cavallo tra il 1999 ed il 2000, avrebbe brindato in piedi, e non seduto, sulla sua sedia a rotelle. Mi sbagliavo, Reeve non era un visionario, era un precursore, un profeta laico di quelli che sarebbero stati a breve, gli sviluppi più affascinanti della nuova frontiera della scienza. Quella delle cellule staminali. A Londra è stato eseguito il primo trapianto di cellule staminali, ricavate da feti di maiali, nel midollo spinale di sei paraplegici. La cura si basa su una nuova tecnica per rigenerare l’attività del midollo spinale, affidando alle cellule staminali il compito di stimolare la ricrescita di mielina, la cui carenza porta alla paralisi. Le cellule staminali che sono state trapiantate nei sei pazienti, hanno già cominciato a crescere, e secondo i medici, presto, saranno in grado di riprodurre la mielina. Con questo trapianto i medici contano di poter offrire nuove speranze alle migliaia di persone, che sono rimaste paralizzate a causa di un incidente. Mi sto convincendo che il migliore amico dell’uomo non sia tanto il cane quanto il maiale… Se Reeve, si era posto all’inizio degli anni novanta l’obiettivo di brindare in piedi il 31 dicembre del 1999, io, ho deciso di pormi un obiettivo un po’ più modesto, quello di brindare con voi, seduto sulla mia sedia a rotelle, o meglio appoggiato al mio deambulatore, o meglio ancora al mio bastone, il risultato delle elezioni europee del 2004, e di quelle amministrative che si terranno ad Orvieto nello stesso anno. Ho riflettuto a lungo, sulla possibilità e opportunità di sottopormi a tale intervento. Alla fine ho deciso per il si. Tuttavia, ho anche chiesto di potere essere l’ultimo dei 5 pazienti che verranno operati, non tanto, e soltanto, per la paura della anestesia totale, quanto piuttosto, perché, essendo riuscito a fare della mia malattia una occasione di vita e di lotta politica, volevo, prima dell’intervento, portare a termine almeno tre iniziative politiche che ritengo particolarmente importanti. Cosi come, per Maurizio Turco, il bersaglio politico è stato in questi ultimi anni, Pino Arlacchi, per me, la persona che è al tempo stesso, un avversario politico e una medicina, è il ministro della Salute Girolamo Sirchia. Per inquadrare e contestualizzare queste tre iniziative, occorre esaminare nel dettaglio il manifesto del nuovo ministro della salute Sirchia, prospetta per il sistema sanitario una rivoluzione culturale ed organizzativa, che dovrebbe risolverne le inefficienze, promettendo: facilità di accesso alle cure, al fine di evitare liste di attesa interminabili, che in certe patologie mettono a repentaglio la vita del paziente. Uniformità nella quantità, e nella qualità delle prestazioni erogate sull’intero suolo nazionale, per colmare la disparità esistente nel servizio offerto, ad esempio, tra il Nord e il Sud Italia.

A fronte della necessità di fare dell’ospedale un luogo di altissima specialità, Sirchia propone la chiusura, e la riconversione degli ospedali che non garantiscono standard di qualità elevati, e parla di circa 900 luoghi di ricovero incapaci di fornire prestazioni davvero utili. La transizione demografica verso gli anziani, impone anche il potenziamento della assistenza domiciliare, così da offrire, in alternativa all’ospedale, un trattamento domiciliare, da parte di una equipe specializzata. Per assicurare la qualità dell’assistenza, il ministro punta sulla professionalità degli operatori, attraverso l’educazione continua dei medici, e l’ incremento del numero degli infermieri. Su questi principi generali, possiamo essere senza altro d’accordo, anche se, è opportuno fare almeno due precisazioni. La prima, riguarda la assistenza domiciliare, che non dovrebbe interessare soltanto le persone anziane, ma tutti i pazienti che potrebbero essere seguiti a casa, piuttosto che nelle strutture ospedaliere. Sotto questo punto di vista, è molto importante promuovere la cosiddetta assistenza personale autogestita, che rappresenta uno strumento basilare per assicurare il godimento dei diritti costituzionali fondamentali, a tutte quelle persone, e sono molte, che non possono essere autonome, a causa di una malattia, o di una grave disabilità. In questo modo, inoltre, sarebbe lo stesso soggetto a determinare la qualità, e la quantità dei servizi di cui necessita, evitando, così, che siano le aziende sanitarie locali, o peggio, le associazioni di volontariato a modellare la forma dei servizi erogati, senza, ovviamente, tenere conto delle reali esigenze dell’assistito. A questo proposito, i nostri consiglieri regionali della Lombardia e del Piemonte, potrebbero farsi promotori di leggi regionali ad hoc, diverse, da quelle presumibilmente esistenti. Leggi, cioè, come quelle anglosassoni, nelle quali sono centrali i principi di libertà e di responsabilità. Leggi, in cui la parola solidarietà non compare nemmeno una volta. In secondo luogo, il deficit cronico del personale infermieristico, secondo alcune stime, infatti, servirebbero 48000 nuovi infermieri, non può, come vorrebbe il ministro, essere colmato richiamando il personale già andato in pensione, anche se, non oltre una certa data, da stabilire. Sono necessarie nuove assunzioni di personale altamente specializzato, non importa se, questo, sia italiano o extra comunitario, l’importante è che risponda a standard adeguati di efficienza e di qualità. Per quanto riguarda le biotecnologie, il ministro, sulla scorta dell’esempio del presidente degli Stati Uniti, il quale, pur contro convinzioni personali, ha deciso una parziale apertura all’uso delle cellule staminali embrionali, e, nonostante il fatto che Sirchia stesso, lo scorso dicembre, come membro della commissione Dulbecco, si fosse pronunciato contrario alla destinazione alla ricerca, anche degli embrioni abbandonati nei congelatori, ora ritiene che debba decidere il parlamento sulla base del parere tecnico della commissione, e si augura che ciò, avvenga al più presto. Il ministro auspica l’uso di linee cellulari immortali, derivate da embrioni non adatti alla procreazione, del tipo di quelle che si trovano in commercio.

Purtroppo, per noi malati e per i medici impegnati quotidianamente nella lotta a malattie incurabili e inguaribili, Sirchia, afferma solo a parole, che la decisione finale dovrebbe spettare al Parlamento, ma smentisce nei fatti, la sua stessa asserzione, dal momento che, ha emanato, in data 25 luglio 2001, un’ordinanza, gentilmente segnalatami da Giulio Manfredi, con la quale sono vietate l’importazione e l’esportazione di gameti, o embrioni umani. L’ordinanza ha efficacia sino al 31 dicembre 2001. Inoltre, se nel nostro paese non è ancora possibile utilizzare gli embrioni soprannumerari per produrre quelle linee cellulari immortali, derivate da embrioni non adatti alla procreazione, che il ministro auspica vengano usate, ciò significa che i ricercatori italiani saranno costretti a importarle, pagandole profumatamente, dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dall’Australia e da Israele. Sirchia è un Ponzio Pilato, è disposto a fare entrare in Italia queste linee cellulari prodotte altrove, e comunque, ottenute distruggendo embrioni, anche se in territorio straniero, pur di non sciogliere il nodo dell’utilizzo degli embrioni soprannumerari italiani. La prima iniziativa politica che pensavo, quindi, potremmo organizzare, entro la fine del mese di novembre, è una manifestazione di fronte al ministero della salute per chiedere a Sirchia che, intanto, gli embrioni soprannumerari, non pi˘ utilizzabili, vengano destinati alla ricerca, rimandando, invece, al Parlamento la discussione del tema della clonazione terapeutica propriamente detta, cioè quel procedimento, attraverso il quale, le cellule staminali sono ottenute, sostituendo al nucleo di un ovocita, il nucleo di una cellula somatica, prelevata dal paziente stesso. Questo, è il vero nodo che il Parlamento dovrà sciogliere: vietare, o autorizzare la clonazione terapeutica, così come è stato fatto, un anno e quattro mesi fa, dalla Gran Bretagna. Sirchia da il via libera alla clonazione animale, annunciando di non voler reiterare l’ordinanza che la vieta, e si dice favorevole agli organismi geneticamente modificati. Sirchia è uno scienziato serio, quando si tratta di piante e animali, si trasforma in un talebano, quando invece deve affrontare il tema delle biotecnologie umane. È un atteggiamento schizzofrenico, che un uomo di scienza e di governo non può permettersi. Per cercare di riportarlo alla ragione, ho immaginato una seconda manifestazione, da condurre entro la fine del mese di dicembre, sempre di fronte al ministero della Salute.

In questa occasione, se ci saranno i presupposti, che stiamo verificando con il contributo di Silvio Viale e di Riccardo Boccaletti, potremmo istituire all’interno di una struttura ospedaliera pubblica, o di una clinica della fertilità privata, una banca dell’embrione, presso la quale, le coppie proprietarie dei famigerati embrioni soprannumerari, potranno, se lo vorranno, decidere di versare questo prezioso materiale biologico. L’obiettivo è quello di mettere, gratuitamente, a disposizione dei ricercatori italiani e stranieri, che ne facciano richiesta, gli embrioni soprannumerari, che dovranno comunque essere utilizzati esclusivamente, per progetti di ricerca nel campo delle nuove terapie cellulari, previa autorizzazione dei comitati etici regionali competenti. In materia di eutanasia, alla quale si dichiara decisamente contrario, il ministro sostiene, che è il Parlamento competente a decidere. Sirchia riconosce che l’Italia ha accumulato un ritardo enorme nella predisposizione di strutture che rendano la morte più umana, e per ridimensionare il problema dell’eutanasia, propone di investire nella cura dei malati terminali, aumentando l’assistenza domiciliare, il personale esperto in cure palliative, e il numero dei centri specializzati nell’assistenza ai malati terminali. Sirchia, che si professa uno strenuo difensore della vita, non rispetta la decisione estrema, di chi sceglie, a causa di una malattia ad uno stadio terminale, di mettere fine alla propria esistenza. La cosa inaccettabile, è che per opporsi alla eutanasia, utilizza un argomento scientificamente infondato, cioè che esisterebbe una stretta correlazione tra terapia del dolore ed eutanasia, nel senso che, una buona terapia del dolore può ridurre il numero di richieste di eutanasia, non tenendo conto che nei paesi, dove la terapia del dolore è a regime, da diversi anni, i due fenomeni non sono collegati ne collegabili. Sempre in tema di difesa del valore della vita, il ministro, commentando il primo trapianto eseguito in Italia su un sieropositivo, si è definito scettico sulla opportunità di eseguire tali interventi, ponendo la discriminante sulla aspettativa di vita del paziente che, evidentemente, nel caso di un sieropositivo non è, secondo il ministro, apprezzabile.

La risposta migliore a Sirchia stata data da Demetrio Neri, il quale ha sottolineato l’aspetto etico dell’intervento, sostenendo che si è scelta la qualità, non la quantità, e che quando si parla di vita, è questa l’ottica giusta. L’etica non ha risposte standard per tutti. Se così fosse, dovremmo parlare di ingegneria morale. Sul versante droga, la linea di Sirchia è quella di sostenere le comunità private in quanto strutture alternative ai Sert. Il ministro si affretta a precisare che, per carità, nessuno ha mai pensato di chiudere i Sert, ma che la sua intenzione è quella di dare a un cittadino, anche se assuefatto alla droga, la possibilità di scegliere, se recarsi al Sert, o recarsi in una struttura di riabilitazione, perché questo farebbe parte della libertà individuale, come se questa possibilità non esistesse già di fatto. Sirchia, sostiene inoltre, che il governo non vuole abbandonare la politica della riduzione del danno, però specifica, che la riduzione del danno è uno dei modi per affrontare il problema, non deve essere l’unico, e possibilmente, deve essere quello minore, non quello maggiore. Tuttavia, il ministro esprime qualche perplessità sull’accostamento fra droghe leggere e pesanti, precisando che, dal punto di vista della dipendenza, sono tutte la stessa cosa, ma, certamente, c’è una sfumatura tra la droga leggera e quella pesante. Qui, Sirchia, dopo essersi comportato da Ponzio Pilato, da Talebano, da ingegnere morale, sfiora il ridicolo, visto che c’è una differenza sostanziale tra droghe leggere e droghe pesanti. Tanto è, che la cannabis viene utilizzata per finalità terapeutiche, nel trattamento di diverse patologie. Quindi, se essa fa bene a chi sta male, il ministro dovrebbe spiegarci perché, la cannabis dovrebbe fare male a chi sta bene. Nel libro bianco sugli usi terapeutici della cannabis, è riportato che, allo stato attuale delle conoscenze, la Cannabis e i cannabinoidi potrebbero avere molteplici applicazioni terapeutiche. Alcune di queste, tra cui ad esempio l’uso orale, quale antinausea, nei pazienti in chemioterapia, ovvero la stimolazione dell’appetito nei pazienti con sindrome da deperimento da AIDS, sono state covalidate da studi clinici, controllati in doppio cieco. Per altre, quali la terapia della spasticità muscolare, nella sclerosi multipla, e nei traumi midollari, o il trattamento di varie forme di dolore cronico, esistono evidenze preliminari significative, che restano in attesa di ulteriori conferme. Infine, per altre ancora, tra cui il trattamento del glaucoma, la prevenzione delle convulsioni epilettiche, o la terapia della depressione, esistono per ora, solo evidenze aneddotiche, talora confortate da piccoli studi non controllati. Si stanno infine delineando diverse altre potenziali applicazioni terapeutiche, alcune delle quali di recentissima segnalazione: effetti broncodilatatori nei soggetti asmatici, effetti anti ipertensivi ed anti aterosclerotici in campo cardiovascolare, effetti anti tumorali.

In gran Bretagna un gruppo di lavoro della Royal Pharmaceutical Society, ha intrapreso sperimentazioni cliniche sulla cannabis, per il trattamento della sclerosi multipla e del dolore cronico. Il governo ha ripetutamente dichiarato che, qualora fosse presentata alla MSA, una messe di dati, sufficiente ad accreditare la cannabis come farmaco, e a giustificarne la registrazione, esso sarebbe pronto ad emendare le misure di regolazione delle droghe, in modo da permetterne la prescrizione. Nel luglio scorso, il governo canadese ha sancito la liberalizzazione delle droghe leggere, per i malati di cancro, Aids, sclerosi multipla, epilessia. Lo spinello è una cura prescrivibile, così come le foglie di marjuana, che i pazienti potranno usare per cucinare, o come infuso. Il governo di Ottawa ha finanziato un progetto di oltre 5 milioni di dollari, per la coltivazione della marjuana a scopo scientifico. In Italia, l’atteggiamento prescientifico di Sirchia, e la posizione proibizionistica del presidente del consiglio, e di tutto il governo italiano, mi hanno spinto a riflettere, salute e forze permettendo, sulla possibilità, e opportunità di una mia disobbedienza civile in materia di cannabis terapeutica. Questa, è la terza azione radicale che mi piacerebbe realizzare.

Tornando all’argomento del comitato degli osservatori sullo stato della democrazia e della legalità in Italia, non so proprio come esso possa essere valorizzato. Come ho già detto, è estremamente difficile riuscire a farne una occasione di discussione politica, facilmente comprensibile dalla opinione pubblica. Quindi, a questo proposito non ho purtroppo nessuna proposta da fare. Ci sono poi, altri due aspetti che meritano di essere affrontati in questa sede. Il primo, riguarda la campagna di raccolta delle firme che occorre rilanciare, visto che siamo, appena ad un quinto delle firme necessarie. Il secondo, è quello della campagna di iscrizione ai radicali italiani, e al partito radicale transnazionale. Penso che sia indispensabile, nel corso di queste due ultime giornate di lavori, soffermarci in modo più approfondito su questi due temi. A questo punto, voglio affrontare un argomento che credo sia di un certo interesse, almeno lo è, per me. Mi sono spesso domandato quale potesse essere il significato della mia esistenza, e il contributo che avrei potuto dare a me, e ai radicali italiani. La risposta, è al tempo stesso semplice e complessa, così come, semplici e complessi, sono tutti i fatti della vita di una persona. Dopo questo lungo pippone, ho optato per un taglio conclusivo comico, in modo tale da non essere mandato a fare in culo, prima della fine, di questo mio, non breve, intervento. In primo luogo, il significato della mia esistenza è quello di viverla, così come mi è consentito, punto e basta. Nella mia avventura radicale, la cosa più importante, che penso di essere riuscito a realizzare, è quella di aver fatto di una malattia, una occasione di rinascita, e di lotta politica. Di avere avuto la forza e il coraggio, di trasformare il mio privato in pubblico. Di avere ribadito che la persona malata è, innanzitutto persona, e come tale, ha diritto a vivere una esistenza piena, e libera, contro il senso comune e le ipocrisie quotidiane, che vorrebbero, invece, relegarci in una terra di nessuno.

Che cosa può succedere quando ci si ritrova su una sedia a rotelle e senza voce? Succede di tutto. Il silenzio si fa, però, parola, anche se, parola interiore. Così, uscendo dall’albergo, per andare a piazza del pantheon, mi si avvicina una signora, che, guardandomi le gambe, e non negli occhi, mi domanda se sono sordo. Non posso parlare, ma la mia voce interiore le dice, brutta imbecille, se mi guardassi negli occhi, e non le gambe, non ti ci vorrebbe molto, a capire che ci sento benissimo, anche se non ho nessuna voglia di ascoltare le tue cazzate. Tornando in albergo, il portiere domanda a Maria Antonietta, se posso salire da solo i tre gradini, sui quali non è stata predisposta la pedana di accesso per i disabili. Ma, brutto testa di cazzo, replica la mia voce interiore, ti sembra che se potessi farlo, me ne starei seduto su una sedia a rotelle? A Milano, Vincenzo Silani, un neurologo squallido, che sta facendo di tutto, per opporsi al protocollo di studio, nel quale sono stato arruolato, incontrandomi un anno e mezzo fa, nonostante fossi il paziente più grave, mi ha ricevuto per ultimo, facendomi passare davanti, anche quei pazienti, che avevano un appuntamento successivo al mio. Una volta entrato, non sapendo ancora, chi fossi, mi ha messo nelle mani del suo assistente. Con aria scocciata mi ha poi, spiegato che non c’era niente da fare, che si trattava di una malattia incurabile, come se non lo sapessi già, e mi ha consigliato di tornarmene a casa, dal momento che, di li a poco, non mi sarei nemmeno potuto più muovere. La mia voce interiore, gli ha risposto: grandissimo pezzo di merda, ho già sepolto uno dei medici che mi ha fatto la diagnosi infausta, e non è detto, che non riesca a sopravvivere anche a te, che con le tue parole false, stai distruggendo la speranza di migliaia di malati, che confidano nella ricerca sulle cellule staminali. La ragione per la quale, tu macellaio, ti opponi a questa sperimentazione è tremenda, non vuoi perdere le parcelle dei tuoi pazienti che, uno dopo l’altro, ti stanno abbandonando. Ancora, questa volta a Roma, non direttamente a me, ma a Maria Antonietta, c’è qualcuno, che le chiede se posso o no, scopare. La mia voce interiore, risponde, nuovamente: la sclerosi laterale amiotrofica colpisce la muscolatura volontaria, e non le funzioni sessuali. Certo, non posso fare tutte le posizioni del Kamasutra, ma un po’ me la cavo anche io, brutto imbecille! La scorsa settimana, mi sono recato in una sanitaria per ordinare la mia nuova sedia a rotelle, quella con il supporto per la testa. Li, ho incontrato il marito di una malata di sclerosi laterale amiotrofica, che rivolgendosi, chiaramente, sempre a Maria Antonietta, mi ha detto: poverino, non è che al partito ti fanno strapazzare troppo? E quando sei stanco, come fai? La mia voce interiore gli ha risposto: primo, poverino un pezzo di cazzo! Secondo, sono io ad avere deciso di strapazzarmi, non gli altri per me. Terzo, siccome, sono sempre molto stanco, tanto vale dare un senso politico a questa stanchezza. Quarto, nonostante tua moglie sia malata come me, non hai capito minimamente, che tutto quello che sto facendo è anche per lei, e non solo per me. Ma vai a fare in culo!

C’è però, una cosa, che non mi è stata mai detta direttamente: povero handicappato, sei stato strumentalizzato. Il motivo è semplice. La mia voce interiore avrebbe chiamato il mio avvocato, trasformandosi in un messaggio di posta elettronica, per far partire una denuncia per diffamazione. Si sa, il 99 per cento delle persone è senza coglioni, e quando si tratta di affrontarsi a viso aperto, gli occhi puntati negli occhi, non ce la fa proprio, e allora abbassa lo sguardo. Queste, sono alcune delle cose che possono capitare a chi si trova su una sedia a rotelle, e senza voce! Ma poi, un giorno ti alzi, e sulla tua posta elettronica trovi un messaggio di José Saramago, che dice: “Cara signora Bonino, forse, il sostegno di un semplice scrittore come me, stonerà un poco, o anche troppo, nella lista delle personalità scientifiche che, con i loro nomi e il loro prestigio, suggellano le affermazioni, rese da Luca Coscioni in quella lettera del 20 marzo, così chiara e commovente. In ogni caso, potete disporre del mio nome. Purché la luce della ragione e del rispetto umano, possa illuminare i tetri spiriti di coloro, che si credono ancora, e per sempre, padroni del nostro destino. Attendevamo da molto tempo che si facesse giorno, eravamo sfiancati dall’attesa, ma ad un tratto il coraggio di un uomo, reso muto da una malattia terribile ci ha restituito una nuova forza. Grazie, per questo”.

E allora mi dico, non ti curar di loro, ma guarda e passa, e soprattutto lavora, perché, altrimenti, Pannella si incazza!

03 novembre 2001 – Luca Coscioni

Eventuali errori presenti nel documento sono dovuti ad un adattamento del testo per il sintetizzatore vocale utilizzato da Luca

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