Il mio intervento alla prima riunione del consiglio generale dell’Associazione Luca Coscioni

Care compagne e amiche, cari compagni e amici,

a tre settimane dal nostro primo congresso, ci ritroviamo oggi per la prima riunione del Consiglio Generale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Il nostro compito, secondo lo statuto che abbiamo approvato, è quello di prendere le decisioni necessarie per perseguire gli obiettivi statutari e della mozione congressuale. Secondo il primo punto della mozione l’Associazione si candida a rappresentare luogo e occasione di lotta politica organizzata per singoli individui ed associazioni, per malati, medici, scienziati, ricercatori, per quanti sono consapevoli che la battaglia da incardinare non riguarda solo i dieci milioni di persone, che, secondo il Rapporto Dulbecco, “potrebbero essere curati con le cellule staminali”, ma coinvolge il 100% dei cittadini: è battaglia di diritto e di libertà, che, se vinta, non conoscerà sconfitti, ma costituirà risorsa e tesoro anche per chi l’avrà osteggiata; in questo senso, si impegna a costruire forme di collaborazione e di impegno comune con quanti, singoli e associati, in ogni parte del mondo, sentano l’urgenza – come affermato dal Presidente d’onore dell’Associazione, il premio Nobel Josè Saramago – di mettere a nudo, con una grande “campagna d’informazione a livello internazionale”, quelle “verità” che “alcune entità e ed alcuni poteri tendono ad occultare” dietro il velo del preconcetto e della disinformazione.
Lo strumento individuato è quello del Manifesto-Appello del quale parleremo e discuteremo oggi, sul quale raccogliere le firme e, ci auguriamo, le contestuali iscrizioni all’Associazione.

Prima di soffermarmi sulla rete da mettere in piedi per la sottoscrizione del Manifesto; prima di parlare cioè del problema organizzativo, consentitemi di soffermarmi, con alcune riflessioni, sul problema della ricerca scientifica e della sua libertà in Italia e nel mondo. Si è parlato molto nel periodo delle feste di fine e inizio anno della scarsità dei fondi destinati alla ricerca che, in Italia, sono ai livelli di nazioni del terzo mondo come la Tunisia: siamo, infatti, all’1,03% del PIL rispetto al 2,2% della media europea; tutti hanno gridato allo scandalo, anche i politici che di queste percentuali sono i responsabili; è sceso in campo anche il Presidente Ciampi. Poco o niente si è ascoltato, invece, sulla mancanza di libertà nella ricerca: se si sono levate voci, si è trattato di interventi pronunciati a titolo individuale, non certo in forma organizzata. Non abbiamo avuto, sulla libertà di ricerca, la levata di scudi dei Rettori che, invece, hanno minacciato l’ammutinamento per la riduzione dei fondi prevista dalla finanziaria.

Eppure questo è il punto centrale e noi lo abbiamo individuato da tempo. Come non dare ragione a Marco Pannella che definisce Sirchia un Ministro vaticano che occupa un posto nel Governo italiano? Ancora una volta – a Porta a Porta – il ministro della salute ha evitato di rispondere alle mie domande e, in particolare, a quella che lo chiamava in causa quale sottoscrittore della parte del rapporto Dulbecco riguardante la via italiana alla clonazione terapeutica, per intenderci, la stessa via adottata dall’Università di Standford per le ricerche sulle cellule staminali embrionali. Zio Sirchia non ha risposto perché avrebbe dovuto mentire oppure confermare che anche lui, assieme al cardinale Tonini, aveva votato a favore.
Cosa mi ha replicato Sirchia? Che faccio affermazioni apodittiche perché nutro la speranza che con le cellule staminali sarà possibile salvare vite umane. A parte il fatto che ha preferito non fare distinzioni fra cellule staminali embrionali ed adulte (a lui, infatti, interessano di più quelle tratte dal cordone ombelicale) ha concluso asserendo che “la speranza – che è dietro l’angolo – potrebbe continuare a rimanerci”. In Italia, grazie alla sua politica dissennata, possiamo star certi che la speranza può trasformarsi solo in disperazione: fonti informate ci riferiscono, infatti, che il Comitato Nazionale per la Bioetica, a breve, si pronuncerà definitivamente contro la clonazione terapeutica dando così via libera al Sirchia-pensiero.

E’ di ieri la notizia che in Israele – dove la ricerca è libera – sono stati creati in laboratorio, per la prima volta al mondo, tessuti cardiaci umani grazie proprio a cellule staminali embrionali. Questi tessuti serviranno ”per creare e testare nuovi farmaci, per la ricerca in campo genetico, per l’ingegneria dei tessuti e per misurare gli effetti degli agenti stressanti del cuore”. False speranze? Può darsi, ma come è possibile, in nome dell’embrione, mettere in un angolo tutti quegli scienziati che – io dico prudentemente – ci invitano a non trascurare alcuna strada o che addirittura sono convinti che le cellule staminali embrionali sono le più promettenti per curare le malattie più pericolose del nostro tempo?

Il prof. Carlo Alberto Redi, ordinario di biologia dello sviluppo presso l’Università di Pavia – mettendosi nei panni di coloro che ritengono l’embrione sacro – ha detto che per embrioni congelati ci sono quattro strade: la prima è quella del congelamento perenne che equivale a farli morire, seppure lentamente. La seconda è quella di scongelarli e gettarli. La terza è quella di impiegarli per la ricerca sul differenziamento cellulare: questa opzione è vero che implica la loro morte, ma ha l’attenuante di poter offrire all’umanità importanti conoscenze scientifiche. La quarta è quella di impiegarli come cellule per terapie cellulari ricostruttive; ciò implica la vita dell’embrione sebbene in una forma diffusa, poiché le sue cellule saranno disperse in altri individui che partecipano alla vita. Cosa rispondono i politici “fan del Vaticano” su questo?

Io penso però che non dobbiamo lasciarci intrappolare in questo tipo di discussioni. E’ l’ora che il mondo scientifico trovi il coraggio e la forza di manifestarsi e di farlo in modo organizzato, altrimenti, come afferma lo stesso Prof. Redi, nel pieno della mala-informazione dei cittadini inchiodati a riflettere su ciò che alcuni pazzi vorrebbero fare con la clonazione umana – Porta a Porta docet – accumuleremo un ritardo incredibile su possibili applicazioni terapeutiche. Se non faremo questo e, soprattutto, se non facciamo presto, prestissimo, questo tentativo, sappiamo già quello che accadrà perché è già sotto i nostri occhi: con la legge sulla procreazione medicalmente assistita, con quella sulla brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche, con gli imminenti pronunciamenti del Comitato Nazionale per la Bioetica.

Ai malati, soprattutto a quelli più gravi, mi sento di dire che dobbiamo anche noi metterci in gioco abbattendo i muri che abbiamo eretto dentro di noi nel tentativo di rendere più sopportabile la nostra difficile vita. Pensate che io non abbia dovuto farlo? Ch’io non debba in continuazione vincere la tentazione di adagiarmi senza troppi sforzi nella mia attuale condizione, circondato dalle cure amorevoli di mia moglie e dei miei familiari? Devo riconoscere che, per me, l’incontro con i radicali e con Marco Pannella è stato determinante perché questi pazzi hanno puntato e continuano a puntare su di me così come oggi puntano su Sabrina, Piergiorgio, Franco e tutti gli altri. Sanno che senza il coinvolgimento in prima persona dei malati persino i successi non saranno duraturi. Dobbiamo essere l’embrione di qualcosa che nasce, cresce, si moltiplica, si impianta, si diffonde. Noi, insieme di individui, siamo corpo, intelligenza e amore di una battaglia che deve essere incardinata e vinta non solo per le nostre vite, ma per la futura vita di tutti… anche di coloro che vogliono innalzare barriere ideologiche per impedire che l’umanità progredisca. Dobbiamo lottare, cari amici e compagni, anche per i figli dei Sirchia e per i fedeli dei Monsignor Sgreccia o dei cardinali Tonini. Dobbiamo lottare per quel sessantadue per cento degli italiani che – malgrado Vespa – sono favorevoli alla clonazione terapeutica.

30 dicembre 2002 – Luca Coscioni

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